Il Regno
'Italia,
sotto lo scettro di casa Savoia, era divenuto ormai una realtà
politica nel 1861, con l'unificazione mediante conquista o
annessione (anche con plebisciti) dei vari regni, ducati e
principati in tutta la penisola (esclusa Roma e parte del Lazio
che restavano come salda e ingombrante testimonianza del potere
temporale del papato) ma la Valle Camonica era rimasta comunque
territorio di confine con l'Impero Austro-Ungarico (e dunque con
il centro Europa) e spesso venne minacciata e rimase ancora a
lungo luogo di sanguinosi scontri militari. Erano passati appena
cinque anni dalla proclamazione ufficiale del Regno che nel 1866
la giovane nazione Italiana, a fianco della Prussia (embrione
della futura Germania), dichiarava guerra all'Austria: era la
Terza Guerra d'Indipendenza che doveva poi portare alla
liberazione del Veneto e di parte del Friuli.
La Valle Camonica fu subito in prima linea
dato che lo schieramento di difesa contro l'Impero Austriaco si
estendeva dal passo del Tonale a quello del Maniva ed era
considerato, dallo stato maggiore Italiano, uno dei settori più
pericolosi e più a rischio di controffensive o colpi di mano
militari dei nemici imperiali. Per difendere l'alta Valle Camonica,
e il suo lungo, diversificato e frastagliato confine con il
Trentino, fin dalla fine della Seconda Guerra d'Indipendenza
(1859), erano state fatte affluire ed erano state stanziate sopra
e intorno a Edolo, Incudine, Temù, Vezza d'Oglio e Ponte di Legno
delle truppe di soldati regolari (del neonato Regio Esercito)
comandate dal colonnello Vincenzo Caldesi che aveva posto il suo
quartiere generale a Edolo e alcuni comandi staccati negli altri
paesi fino a Ponte di Legno e a Vezza d'Oglio. Gli austriaci, che
alla dichiarazione di guerra erano appostati, con forti truppe
alpine, al passo del Tonale, a Vermiglio e in Val di Non ed
evidentemente erano già pronti all'attacco, ricevettero l'ordine
di avanzare discendendo lungo la Valle Camonica per occuparla
militarmente. Passati da Ponte di Legno, Incudine e Vione, senza
subire alcuna resistenza dalle scarse milizie presenti, gli
austriaci giunsero a Vezza d'Oglio dove, sulle pendici dei monti e
nelle vaste aree prative a nord dell'abitato, posero il loro campo
base e il comando di settore. Qui e nei pressi di Temù
concentrarono e raggrupparono le loro truppe formate da un
contingente di circa tremila uomini ben armati, fortemente
motivati alla guerra e ottimamente equipaggiati. Vennero subito
rafforzate alcune postazioni, creati dei fossi e eretti dei
terrapieni che formavano una nuova forte linea difensiva da cui il
comando austriaco avrebbe potuto far compiere delle sortite che
avrebbero potuto colpire tutta l'alta Valle.
Dal comando Italiano era intanto partito
l'ordine di trasferire al più presto il Valle Camonica, un
battaglione di bersaglieri, vista anche la gravità della
situazione e il pericolo che le truppe austriache, approfittando
del vantaggio territoriale e tattico ottenuto, dilagassero verso
Edolo, Breno, il Sebino e giungessero a minacciare addirittura
Brescia e le retrovie dell'esercito italiano che erano schierate
verso Verona. I fanti piumati, che erano già ritenuti delle truppe
"scelte", giunsero a Incudine il 3 luglio (1866) agli ordini del
colonnello Nicostrato Castellini.
In alta valle, in quel momento, dunque vi
erano due comandi distinti: quello del Castellini e quello del
Caldesi. Quest'ultimo che era stato colpito da un forte attacco
influenzale che lo costringeva a letto, era stato portato in un
baita in alta quota, dove aveva posto il suo comando e da dove era
possibile avere una visione generale abbastanza completa delle
forze e delle postazioni nemiche. I due colonnelli, appena avuto
un primo abboccamento, si scontrarono immediatamente sulla
strategia da tenere e sui metodi difensivi o offensivi da opporre
agli austriaci che intanto continuavano a rinforzare la loro
presenza in Vezza d'Oglio facendo affluire altre truppe e
materiale bellico dalla vicina Val di Non e dal Trentino. Il
Castellini, pur non conoscendo bene la zona oltre Vezza d'Oglio e
all'oscuro della consistenza del nemico, sosteneva con foga che i
prati e i boschi sopra Vezza erano la zona migliore per tentare
una difesa "organica e staticamente valida" ma che questo stato di
cose era solo momentaneo e temporaneo e doveva essere usato solo
come base di partenza per passare poi, in pochi giorni, ad una
immediata offensiva diretta. Caldesi, più prudente e certamente
più edotto sulla consistenza delle proprie truppe, dei bersaglieri
e di quelle del nemico, preferiva invece procedere ad un ulteriore
assestamento delle proprie postazioni e trincerarsi con tutte le
forze a disposizione nei dintorni di Incudine e a sud di Vezza
d'Oglio dove già esistevano alcune trincee e delle case
fortificate poste su una lunga linea che secondo lui era ben più
facilmente difendibile e a cui potevano essere fatti affluire più
rapidamente eventuali aiuti di altre truppe che erano state
promesse dallo stato maggiore. Tra i due comandanti, uno
attendista e prudente e l'altro spavaldo e impavido, dalla accesa
discussione si passò ben presto ad un'aperta e furibonda lite che
(raccontarono le cronache dell'epoca) degenerò in insulti e
pesanti apprezzamenti sulle capacità tattiche o sul coraggio e
sprezzo del pericolo del rispettivo collega. Al termine
dell'inutile e focosa riunione, non trovando alcun punto d'intesa,
i due alti ufficiali si trovarono in accordo solo di... agire
indipendentemente uno dall'altro e di non coordinare le loro
azioni. Di fatto (agendo come avvenne anche a Custoza per il
grosso dell'Esercito Regio) presero la decisione più nefasta (di
altri casi simili è piena la storia delle forze armate italiane
anche in altre guerre) e cioè di operare ognuno per conto proprio,
senza tenere conto dalle azioni intraprese dell'altro e senza
alcun coordinamento tattico. L'ordine che il Castellini aveva
ricevuto dallo stato maggiore era quello di difendere la linea
fortificata che era stata tracciata sopra Edolo e di impedire agli
austriaci di dilagare verso sud. Non vi era stato nessun ordine
che indicava di assalire le postazioni nemiche o di giungere a
contatto con le truppe austriache e di cercare il combattimento
diretto ma la foga e l'ardore combattivo del focoso colonnello
portò ad una spericolata e nefasta azione. Solo 24 ore dopo
l'arrivo in zona, il 4 luglio, il Castellini, sempre più infuriato
con il collega e sordo ai richiami alla prudenza che alcuni suoi
ufficiali gli consigliavano, pur non avendo ancora un quadro
generale e preciso della conformazione del terreno e della
consistenza dello schieramento nemico, ordinò ai suoi bersaglieri,
partendo da Vezza d'Oglio, l'attacco alle linee nemiche.
Nel frattempo il Caldesi assisteva
passivamente allo svolgimento dell'azione senza neppure mettere in
stato di allarme le proprie truppe limitandosi, burocraticamente,
ad inviare una protesta formale scritta allo stato maggiore per
segnalare le presunte ingerenze nel suo comando territoriale del
Castellini. La battaglia, purtroppo, già iniziata male per la
inesistente preparazione generale e per l'impostazione tattica e
strategica che prevedeva, adottando metodi bellici in auge qualche
secolo prima, un diretto attacco frontale a passo di corsa, si
concluse tragicamente per le truppe italiane. Il nemico,
nettamente superiore per numero di forze ma specialmente
avvantaggiato dovendosi difendere asserragliato e ben protetto in
postazioni molto fortificate ed in posizione più elevata, riuscì
facilmente a respingere i valorosi ma inutili assalti dei
bersaglieri. Nelle schiere italiane, che attaccavano frontalmente,
baionetta in canna e quasi completamente allo scoperto, le
scariche di fucileria austriaca fecero paurosi vuoti. Lo stesso
Castellini, che eroicamente si era posto alla testa dei suoi
uomini, venne colpito a morte e spirò sul campo di battaglia.
Subito dopo l'inutile massacro e dopo una ritirata sulle
postazioni di partenza, presidiate dalle truppe del Caldesi, si
poterono assistere, concessa una tregua, i numerosi feriti che
vennero ricoverati all'ospedale militare di Edolo. Erano talmente
tanti che gran parte di essi vennero posti, malgrado il sole
cocente e le alte temperature di quella torrida estate,
all'esterno dell'edificio e nei cortili poiché tutti gli spazi
interni erano occupati.
Questa pesante sconfitta (anche se limitata
per la relativa importanza dello scacchiere in cui si era svolta)
non fu l'unica pagina negativa di quella guerra male organizzata e
peggio gestita: l'esercito e la marina del neonato Real Esercito
Italiano subirono altri paurosi rovesci militari a Custoza
(località nei pressi di Verona dove gli austriaci, il 23-24 giugno
(1866), pur molto inferiori di numero ma ottimamente comandati
dall'Arciduca Alberto d'Asburgo, sconfissero pesantemente
l'esercito italiano comandato dal generale La Marmora che non
seppe coordinare i vari comandanti di divisione e che gestì
malissimo il supremo comando) e a Lissa (il 20 luglio - già dopo
la pesantissima sconfitta subita dagli austriaci a Sadowa !! - la
flotta austro- ungarica, comandata dall'ammiraglio Tegetthoff,
sconfisse quella italiana mal diretta dall'ammiraglio Persano che
si vide affondare 2 corazzate e perse 640 uomini).
L'unica vittoria italiana, in questa guerra,
fu ottenuta dal corpo di volontari guidati da Garibaldi che il 21
luglio, sconfisse a Bezzecca, in territorio trentino, un forte
contingente austriaco. Già in procinto di entrare direttamente nel
cuore del Trentino e minacciare così alle spalle le linee
austriache, Garibaldi ricevette l'ordine di fermarsi e di
ripiegare perché nel frattempo era stata apposta la firma sulla
richiesta di armistizio che era stata sottoscritta dai
rappresentanti italo-prussiani e austriaci. Il 9 agosto il
generale, arrestando la vittoriosa marcia dei suoi volontari,
diede disposizione di ritirarsi sulle vecchie linee di confine
rispondendo all'ordine dello stato maggiore con il celebre
telegramma composto da una sola parola: "Obbedisco".
In Valle Camonica, sempre territorio di prima
linea, durante tutto questo breve conflitto, subito dopo la
sconfitta di Vezza d'Oglio, con gli austriaci fortemente
stabilizzati nelle trincee già sopra Edolo, Incudine e al passo
del Tonale, la paura di una invasione nemica era fortissima: nei
paesi dell'alta valle vi era anche incombente il terrore di
saccheggi, vendette e ritorsioni sulla popolazione civile dopo un
eventuale e paventato sfondamento delle deboli linee difensive
italiane. Per fortuna dell'Italia, nella battaglia di Sadowa (Königgratz),
il 3 luglio (1866), in Boemia, i Prussiani, comandati dal generale
von Moltke e dal principe ereditario Federico Guglielmo, ottennero
una travolgente vittoria sulle truppe austriache guidate dal
generale von Benedek.
La disfatta su campo obbligò ad una umiliante
pace l'Imperatore Austriaco che dovette accettare quasi tutte le
pesanti clausole che vennero imposte dai Prussiani tra le quali
anche il soddisfacimento delle pretese territoriali italiane sul
Veneto. La guerra, sul fronte italiano, era stata combattuta
eroicamente dai soldati e dagli ufficiali inferiori mentre i
vertici del neonato Regio Esercito avevano condotto l'intera
(anche se breve) preparazione allo scontro bellico e le strategie
generali nel conflitto in modo disastroso, pavidamente o in modo
fortemente sconclusionato per beghe personali e ripicche tra i
vari alti comandi. Però la guerra era stata vinta (dagli alleati
prussiani) e il Veneto divenne italiano. Le sconfitte italiane a
Custoza e a Lissa, pesarono comunque negativamente sul tavolo
delle trattative e i plenipotenziari Italiani non ottennero, come
pretendevano, le altre terre che avevano insistentemente chiesto:
il Trentino Alto Adige e Trieste. Questo significava, per la Valle
Camonica, essere ancora terra di confine e avere un potente (e
bellicosamente astioso) nemico, non vinto direttamente (anzi !) e
perciò grandemente smanioso di rivincita, presente nelle forti e
munite postazioni sul Tonale e sulle cime dell'Adamello.
Conclusa la guerra, ritiratesi le truppe austriache oltre il
confine naturale del Tonale, quello stesso anno, poco a nord
dell'abitato di Ponte di Legno, sulla strada militare divenuta
"statale del Tonale", venne posto e reso operativo l'ufficio di
dogana e istituito il "controllo confinario". La Valle Camonica
ebbe, dopo il 1866, un periodo di relativa tranquillità in cui si
misero in cantiere e furono eseguite numerose opere di carattere
pubblico. La viabilità maggiore della valle, grandissimo problema
da sempre (anche allora !), restava in pratica ancora quella
tracciata dalle legioni dei Romani quando, dal 16 al 14 a.C.
estendendo il loro dominio nelle vallate alpine, le collegarono
tra loro con una moderna ed efficiente (per quei tempi) rete
stradale. L'arteria di percorrenza principale era ancora l'antica
via Valeriana che era stata progettata e realizzata seguendo,
oltre agli interessi militari, l'orografia, le difficoltà e gli
ostacoli naturali del terreno di quasi duemila anni prima ma
specialmente dovendo tenere conto della impraticabilità del fondo
valle dovuto alle vaste paludi che solo nel tardo medio evo erano
state prosciugate. Numerosi erano dunque i tornanti, le strette
curve e i dislivelli di quota nel tracciato che portavano, questa
importante arteria, a non toccare numerosi centri divenuti nei
secoli successivi importanti e nati nel fondo valle. Molti erano i
centri abitati che erano sorti e avevano prosperato eclissando
altri paesi che avevano poi perso d'importanza ma che erano ancora
toccati dalla viabilità più importante e dal transito civile e
commerciale più sostenuto. In molti casi la scorrevolezza della
strada, in parte lastricata di ciottoli e lastre di pietra o
semplicemente in terra battuta, era ancora interrotta da scalinate
e da ponticelli che si rivelavano inagibili a carichi di una certa
rilevanza, strettoie che divenivano veri e propri imbuti tra le
abitazioni sorte a ridosso dell'antico tracciato e molti tratti
che subivano il disagio di piccole o consistenti frane,
smottamenti, danni o allagamenti.
Vi furono molti lavori di notevole importanza:
nel 1870 venne gettato un ponte sul fiume Oglio nei pressi di
Esine e, l'anno dopo, ne venne costruito un altro a Cividate. Nel
1880 venne completata, assecondando le pressanti richieste dei
militari, con progettazione e metodi di realizzazione moderni (per
quei tempi), la strada che da Ponte di Legno saliva al Tonale e
finalmente, negli anni successivi, venne profondamente modificato
gran parte del tracciato della Valeriana togliendo numerose curve,
allargando strettoie e tornanti, rafforzando o gettando nuovi
ponti sul fiume Oglio e sulle numerose vallette e torrenti,
eliminando scalette e saliscendi che impedivano il transito di
mezzi con assali di una certa dimensione e che erano ormai i mezzi
di trasporto più diffusi sia per le merci che per i passeggeri. Lo
sviluppo di una moderna viabilità portò di conseguenza anche un
incremento dei commerci e dei traffici e in breve la stremata
industria siderurgica camuna, che non era più riuscita a riaversi
completamente dalle recessione subita dall'infausta epoca
Napoleonica, ebbe un nuovo, anche se limitato, impulso. Purtroppo
l'industria del ferro e della sua lavorazione, anche a livello
Europeo stava attraversando un grave periodo di crisi, nonostante
da alcuni anni fossero stati messi in funzione, al posto degli
antichi e poco redditizi forni quadrati usati fino ad allora,
quelli a forma tonda che prevedevano l'introduzione di aria calda
forzata nelle camere di combustione e fusione. Una precisa
indicazione delle difficoltà nella produzione siderurgica in Valle
Camonica nel 1873 viene indicata dal fatto che furono lavorati e
prodotti soltanto 34.300 quintali di ghisa, contro i 40.000 che
erano stati immessi sul mercato nel 1860. La minor produzione e la
maggior tecnologia portarono ad una drastica riduzione delle
fucine che da 120 si ridussero, in pochi anni, a solo 72, in
maggioranza di piccole dimensioni e di bassa capacità produttiva.
Molti operai furono perciò licenziati e l'indotto che ruotava
attorno alla lavorazione del metallo, settore molto importante ed
essenziale, ebbe una riduzione enorme con danni gravissimi per
l'economia locale. Alla crisi della siderurgia fece subito seguito
il crollo della produzione di carbone che era prodotto in valle e
che occupava migliaia di persone. Il basso ricavo della vendita
fuori della valle di questo prodotto che era stato
tradizionalmente uno dei principali nell'economia valligiana fin
dal tempo dei romani, non era conveniente e altri operai e
artigiani, molte volte altamente specializzati, persero ogni
possibilità di lavoro.
In una società come quella camuna della fine
del 1800 erano comunque l'agricoltura e l'allevamento di bestiame
sia minuto che di taglia grossa, i principali punti di riferimento
e sostentamento di una valle (e di una nazione) ancorata alla
terra, ai pascoli, ai campi e ai boschi e al loro sfruttamento. La
Valle Camonica, in quegli anni, divenne famosa a livello nazionale
per la produzione, raccolta e conservazione delle castagne che
assunsero ben presto un rilevante e importante aspetto economico
tanto che alcune tra le principali famiglie della Valle
intrapresero un coltivazione selezionata e programmata. Tra queste
ricordiamo specialmente le consistenti produzioni ricavate dalle
proprietà Panzerini di Cedegolo e Cimbergo e dall'esteso bosco di
castani razionalmente piantato sulla fascia montana localizzabile
tra gli abitati di Darfo, Gianico, Artogne, Piancamuno e Pisogne
dai Rizzi di Pisogne, dai Vielmi e Fiorini di Gianico, dallo
Zattini e dai Donzelli di Darfo.
In netto aumento anche la produzione di seta
naturale: fu infatti da quegli anni e fino al secondo dopoguerra
che in ogni paese della valle, in quasi tutte le famiglie, di
qualsiasi ceto e posizione sociale, furono avviate delle vaste
coltivazioni di gelsi che erano essenziali nell'allevamento dei
bachi da seta che incrementavano in modo consistente i magri
bilanci. In molti casi il guadagno dovuto ai bozzoli di seta
grezzi era il principale introito economico per molte famiglie che
avevano come sola altra entrata i raccolti agricoli di piccoli
appezzamenti di terreno, sempre più frazionati o dell'allevamento
e sfruttamento del bestiame. In quegli anni, i bozzoli raggiunsero
una produzione annua di tutto rispetto e si assestarono in circa
120.000 chilogrammi. La totalità della produzione veniva poi
portata e lavorata in grandi filande a vapore che erano state
impiantate a Breno e a Pisogne. Queste, a loro volta, davano
lavoro a centinaia di Camuni, specialmente donne, che venivano
così, per la prima volta nella storia della valle, a diretto
contatto con un mondo esterno alla propria famiglia e alla propria
ristretta cerchia del parentado, della contrada, del quartiere o
di paese.
A Pisogne, che in breve tempo era divenuto uno dei centri più
importanti della provincia di Brescia per la lavorazione della
seta, nel 1868, le filande erano 10 con complessive 163 bacinelle.
In queste grandi vasche, ricolme di acqua bollente, venivano
immersi i bozzoli per prepararli alla filatura. I proprietari
della filanda "Corna" nel 1872 introdussero una rivoluzionaria
caldaia a vapore che aumentò enormemente la capacità produttiva
del loro stabilimento e rendeva molto più concorrenziale il costo
globale della lavorazione: in poco tempo questa filanda assorbì
tutte le altre. In alcuni centri montani come Borno, Edolo e
Malonno l'allevamento del bestiame grosso raggiunse un buon
livello sia numerico che di selezione e in quegli anni alcuni
capaci e attivi allevatori tentarono, con buon successo, il
miglioramento della razza dei bovini nostrani. Dalla vicina
Svizzera vennero importati numerosi e selezionati tori da
riproduzione che in alcuni casi vennero comprati in società tra
più allevatori e posti alla monta in vari paesi della Valle. Un
censimento, effettuato nei primi anni del Regno, stimava in circa
16.000 le vacche, 25.600 le pecore e 11.000 le capre presenti
ufficialmente nei vari allevamenti e nelle stalle dei Camuni.
La produzione casearia nei ben 1.378 (!)
caseifici censiti, piccoli o grandi, della Valle era salita a
mezzo milione di Kg per il formaggio (sia duro che molle) e la
quantità di burro raggiunse i duecentomila Kg. Verso la fine del
secolo per numerose valli alpine si aprì un nuovo importante
settore produttivo che modificherà profondamente anche
l'antichissima e originaria conformazione geografica e geologica:
l'imbrigliamento di numerosi corsi d'acqua montani con dighe e
sbarramenti e la formazione di grandi e piccoli laghi artificiali,
da cui far partire condotte forzate per raggiungere centraline per
la produzione di energia elettrica.
A partire dal 1888 vi fu un enorme sviluppo di
produzione di energia idroelettrica usufruendo delle grandi
risorse idriche naturali che la Valle Camonica aveva a
disposizione. La prima (piccola ma moderna) centrale
idro-elettrica, fu costruita e inaugurata a Breno, seguirono poi,
ad un ritmo frenetico la costruzione di altre centraline a Darfo,
Berzo, Edolo, Vezza, Pontedilegno, Niardo, Sellero ecc. Ala fine
del IX secolo e nei primi anni del 900 ogni industria camuna,
anche quelle di medie o piccole dimensioni, voleva ottenere
l'autosufficienza energetica e ogni attività tendeva a rendersi
completamente indipendente e a produrre in proprio l'energia
elettrica necessaria per muovere i macchinari. Questo diede nuovo
impulso al settore industriale camuno che ebbe notevoli vantaggi
economici dall'uso di energia prodotta a basso costo e reperibile
facilmente in valle. Anche molti enti, società, associazioni e
privati, vista la notevole libertà di operare nel settore,
poterono avvantaggiarsi dall'alta produzione di elettricità e dei
costi relativamente bassi e in breve anche nei paesi più isolati
fu posta in atto una buona (per quei tempi) illuminazione pubblica
e molte abitazioni e uffici privati si dotarono di questo
importante servizio. Ormai la produzione industriale, specialmente
nella bassa e media Valle Camonica, aveva raggiunto un ottimo
livello, sia quantitativo che qualitativo ma questa accresciuta
industrializzazione poneva enormi problemi nei trasporti, nella
viabilità e nei "servizi" in genere. Erano quelli gli anni in cui
venne resa operativa, con un grande e a volte non coordinato
sviluppo, la rete nazionale delle ferrovie.
Molte erano le iniziative, anche di carattere
privato che prendevano forma e consistenza un poco ovunque e
qualcuno, anche in Valle Camonica e a Brescia, cominciò a parlare
con insistenza della necessità di studiare e realizzare una
ferrovia camuna che fosse da collegamento tra la valle e la rete
nazionale nel capoluogo.
Giuseppe Tovini, sindaco di Cividate e figura
di spicco tra i notabili cattolici camuno-bresciani di fine
secolo, aiutato e coadiuvato da Cristoforo Zattini di Darfo,
Michele Rizzi di Pisogne e Amadio Rigali di Breno a da altri
costituì, nel 1872, il "Comitato per la Ferrovia di ValleCamonica".
Questo gruppo di politici, imprenditori e banchieri, tutti vicini
al mondo cattolico e alla curia bresciana, si riunì con il fermo
proposito di assumersi il difficile compito di coordinare gli
studi, le proposte, le indagini e rendere operative le varie fasi
di progettazione e eventualmente di realizzazione della strada
ferrata Iseo-Breno. Solo cinque anni dopo, nel 1877, il Tovini,
prendendo la parola in Consiglio Provinciale, lanciò ufficialmente
la proposta di una ferrovia che collegasse Brescia con Iseo,
salisse la costa bresciana del lago Sebino e giungesse fino a
Breno. L'iniziativa suscitò, come ovvio, un vespaio di critiche e
di preoccupazioni (specie di carattere politico-economico) che
ebbero vasta risonanza, oltre che in consiglio provinciale, anche
sulla stampa locale e regionale. I più fortemente contrari furono
subito gli amministratori, i mercanti e gli imprenditori
commerciali di Rovato che temevano per il futuro del loro fiorente
e importante mercato che, da secoli, era lo sbocco naturale dei
prodotti industriali e artigianali della Valle Camonica verso la
pianura e le zone cittadine (Brescia, Bergamo, Cremona, Milano
ecc). Non certo favorevoli, e lo dimostrarono con forti pressioni
politiche, neppure i ricchi e potenti proprietari delle grandi
zattere e dei battelli di navigazione sul lago d'Iseo che
paventavano il crollo dei loro lucrosi traffici sia merci che
passeggeri. Contraria anche l'amministrazione provinciale di
Bergamo che non voleva assolutamente perdere il florido e secolare
commercio con la terra camuna che passava per il porto di Lovere e
per il paese di Rogno e infine anche l'amministrazione provinciale
di Brescia esitava e poneva ostacoli, alla realizzazione della
ferrovia camuna, di fronte alla ingente somma che doveva essere
stanziata per la realizzazione di questa opera che avrebbe
avvantaggiato una zona ritenuta, da sempre a Brescia, molto
lontana e periferica dell'intera Provincia. La prima presentazione
e il relativo progetto vennero praticamente bloccati e bocciati
sul nascere e la voluminosa pratica con la stesura tecnica e gli
studi di fattibilità vennero, momentaneamente, accantonati.
Nel 1884, Giuseppe Tovini e i suoi amici, testardamente,
ripartirono all'attacco e riproposero l'iniziativa, costituendo la
"Società Anonima Ferroviaria di ValleCamonica". Forse i tempi
erano più maturi e la impellente necessità, ormai accettata da
molti politici e amministratori, di rendere la Valle Camonica meno
isolata e più facilmente raggiungibile, fecero si che la pratica
venisse di nuovo studiata dall'ufficio tecnico provinciale,
passata agli organi competenti e presa in considerazione negli
ambienti politici locali, regionali e nazionali. La maggiore
opposizione si ebbe ancora dall'amministrazione provinciale di
Bergamo che reagì subito chiedendo, per il suo assenso, che la
ferrovia camuna, qualora si fosse realizzata, venisse dirottata,
prima di entrare in Valle Camonica, verso Lovere e nei pressi del
porto sebino venisse creato un grande scalo merci e passeggeri.
La controproposta bergamasca arrestò
nuovamente il corso burocratico e politico della pratica, come
volevano specialmente i loveresi e come era ovvio dalla logica e
dal mercato per la dispendiosa e inutile deviazione, finchè, nel
1896, quando già ormai da un anno funzionava il tronco ferrato da
Brescia a Iseo, si riprese il progetto e, corredato della relativa
documentazione, lo si trasmise, corredato da tutte le pratiche
necessarie, ai ministeri competenti (Trasporti e Guerra) a Roma.
Anche allora la burocrazia ministeriale romana era di livello
bassissimo e ci vollero ben quattro anni (ormai si era nel 1900)
perché ritornasse una risposta alla progettazione e realizzazione
della tratta Iseo-Breno-Edolo: il progetto non veniva approvato
perché la ferrovia camuna Iseo-Edolo era stata progettata ed era
prevista a scartamento ridotto e quindi non era utilizzabile agli
scopi e agli effetti militari che il ministero dei trasporti, su
suggerimento di quello della difesa, riteneva invece essenziali
per una zona di confine ! Passarono ancora altri tre anni di
pratiche, ritardi, progetti, modifiche, approfondimenti poi,
finalmente, ottenuti tutti i necessari permessi, finanziamenti e
concessioni, nel 1903, venne dato l'appalto a una ditta tedesca
che aveva fatto la migliore offerta e presentava ampie garanzie
per la realizzazione della tanto sospirata opera nei tempi
prestabiliti: la Koppel di Berlino. Le numerose variazioni d'opera
proposte, anche sostanziali, al progetto iniziale furono però
subito motivo di varie e aspre contestazioni da parte della ditta
tedesca che, non rientrando queste modifiche, secondo i suoi
calcoli, rientranti nel preventivo iniziale voleva o rompere il
contratto o eliminare completamente alcune clausole dello stesso.
Dopo molte discussioni e ricorsi ad arbitrati il contratto venne
recesso e la ditta Koppel venne licenziata. Dopo aver consultato
altre imprese, l'appalto dei lavori venne affidato alla Società
Nazionale Ferrovie e Tranvie (SNFT) che, al momento della stipula
del nuovo contratto, si assunse anche precisi impegni per il
rispetto di alcune clausole temporali che fissavano l'inizio dei
lavori entro il 1904 e imponevano il termine e il collaudo del
tronco Iseo-Pisogne entro il 1906. La tratta successiva, quella
tra Pisogne e Breno, che comportava minori difficoltà esecutive
per l'orografia del terreno, doveva essere posta in esercizio e
consegnata entro l'anno successivo: il 1907. L'ultimo tratto di
strada ferrata, quello tra Breno e Edolo, doveva essere reso
operativo e collaudato entro il 1908. Rispettati i termini e i
capitolati d'appalto la SNFT avrebbe avuto in concessione e in
esercizio l'intera tratta da Brescia a Edolo per settant'anni.
Giuseppe Tovini, che era morto il 16 gennaio 1897, non vide mai
realizzato il suo impegnativo sogno ma la linea ferrata da
Brescia, che risaliva il Sebino e collegava la Valle Camonica con
la città divenne una realtà ed è stata, per anni, un importante
via di trasporto merci e passeggeri.
Purtroppo quel periodo di pace in Europa che
si era protratto fino al primo decennio del ventesimo secolo era
destinato a finire.
Il 28 giugno 1914 a Sarajevo alcuni terroristi
serbi assassinarono l'Arciduca Francesco Ferdinando d'Asburgo e
l'Austria inviò, dopo febbrili trattative, il 23 luglio, un
durissimo ultimatum alla Serbia e non avendo avuto risposte
soddisfacenti, il 28 dello stesso mese, l'invase. Immediatamente
le numerose e complesse clausole delle varie alleanze che legavano
tra loro i principali stati europei (Triplice Alleanza: Austria,
Germania, Italia e Triplice Intesa: Inghilterra, Francia e Russia)
vennero applicate e vennero poste in atto tutte le misure
coercitive previste: le mobilitazioni generali furono subito
convocate, le leve militari chiamate e gli stati maggiori degli
eserciti posti in stato di allarme generale. La situazione
precipitò in breve tempo e a nulla valsero alcuni incontri
diplomatici: nel breve spazio di pochi giorni vennero
ufficialmente dichiarati gli stati di belligeranza tra le varie
singole nazioni e vi furono le dichiarazioni di guerra consegnate
agli ambasciatori dei vari stati: il 1° agosto la Germania
dichiarò guerra alla Russia, il 2 agosto vi fu la dichiarazione di
guerra tra Germania e Francia, l'Inghilterra intervenne
ufficialmente in guerra contro la Germania il 4 agosto. L'Austria,
rispettando le clausole compromissorie dell'alleanza con la
Germania, dichiarò guerra alla Russia il 5 agosto e la Serbia
(quella parte rilevante non ancora invasa dalle truppe austriache)
lo stesso giorno, dichiarò guerra alla Germania. La guerra divenne
"mondiale" nel momento in cui il Giappone si pose in stato di
guerra con la Germania il 23 agosto e l'impero Ottomano, legato da
alleanza con l'Austria, entrò ufficialmente in guerra a fianco
degli imperi centrali il 1° settembre.
In Italia, sia dal governo che dalla casa
regnante, erano state attivate numerose, seriose e frenetiche
azioni diplomatiche... i suoi trattati la ponevano a fianco della
Triplice Alleanza (con Austria e Germania) ma, dopo quasi un anno
dallo scoppio delle ostilità, il nostro paese entrò in guerra il
24 maggio del 1915... contro l'Austria. In cambio del "non
intervento" Italiano l'Austria sembrava (sono voci comunque non
confermate ufficialmente) fosse disposta a cedere, senza ulteriori
condizioni, il Trentino e Trieste ma il governo di Roma e il Re Vittorio Emanuele III,
spinti anche dalla piazza e da un'opinione pubblica ben
orchestrata dagli interventisti, avanzarono altre enormi pretese
territoriali che certo non potevano essere completamente accettate
dall'Austria. La Bulgaria, nemica storica della Russia, scese in
campo e si alleò con gli Imperi Centrali e il 14 novembre 1915
entrò in guerra provocando l'immediato crollo della Serbia e la
cessazione delle ostilità su quel fronte. I Camuni, come quasi
tutti gli altri italiani, informati e spinti verso la guerra da
una propaganda interventista e irredentista accettarono questo
conflitto come voluto dalla "volontà del popolo" e in molti
credettero, in buona fede, di combattere nella Prima Guerra
Mondiale, per una guerra di liberazione e anche di svincolo da
soprusi secolari: si trattava, infatti secondo la propaganda di
guerra, di scacciare gli Austriaci dal Tonale e dal Trentino e di
allontanare una volta per sempre la minaccia, sempre incombente e
vicina, di un nemico potentemente armato e sempre intenzionato
(malgrado le alleanze politiche) a riprendersi quelle terre che
aveva dovuto lasciare in mano italica, pochi anni prima, nelle
guerre precedenti e che riteneva fossero parte integrante del suo
Impero. Il fronte correva ininterrotto per tutta l'alta Valle
Camonica ma tutta la Valle, fino al lago d'Iseo, venne subito
fortemente militarizzata. Inizialmente le numerose postazioni
montane degli austriaci erano meglio organizzate e meglio armate
di quelle italiane.
Gli stati maggiori austriaci avevano da tempo
fortificato i numerosi capisaldi posti su tutto il massiccio
dell'Adamello e in tutte le valli laterali e avevano avuto tutto
il tempo necessario per predisporre una solida linea di difesa,
scavando nella roccia labirinti di gallerie, di ridotte, di
caverne e costruendo fortini e trincee a ridosso dei varchi. Erano
anche stati aperti numerosi e ben tracciati sentieri e mulattiere
per i collegamenti con le retrovie della Val di Sole. Come già
altre volte l'esercito italiano era invece entrato in guerra,
malgrado l'anno di tentennamenti e di ritardo, con la possibilità
dunque di non essere preso alla sprovvista e di equipaggiarsi
meglio, con la solita profonda confusione e impreparazione per una
guerra che, lo sapevano tutti, doveva svolgersi prevalentemente in
alta montagna e in condizioni ambientali e meteorologiche
terribili. La disorganizzazione era talmente diffusa che, dopo i
primi mesi estivi di assestamento generale sul fronte adamellino, senza particolari scontri o offensive, all'approssimarsi
dell'inverno, per poter dare alle truppe alpine una seconda
coperta, che sarebbe stata a malapena sufficiente per ripararsi
dal freddo pungente, si dovettero requisire enormi quantità di
tagli di stoffa di infinite gamme di colori, presso i lanifici ed
i negozi di stoffe dell'intera Lombardia. Ne risultò una specie di
arlecchinata su grande scala ma, purtroppo questo dimostrava solo
l'impreparazione generale e le difficoltà a cui gli uomini,
buttati su quel fronte, andavano incontro e che dovevano superare.
Questo era solo il lato più "coreografico" e "tragi-comico" di
quelle patetiche e insufficienti forniture militari che badavano
più a fornire le famose pezze da piedi, mantelline e bandane ai
soldati e lustrini agli ufficiali di stato maggiore che a dare
risposte valide alle grandi necessità delle truppe. Questo stato
di cose evidenziava ancora di più la mancanza di tutto quanto
realmente occorreva per muoversi, combattere, vivere ed agire in
alta montagna: di questo essenziale materiale (vestiario,
munizionamento, attrezzistica ecc) esisteva poco o nulla. Da una
relazione al comando generale del fronte alpino risultava che sul
fronte dell'Adamello vi erano: una sola piccozza per plotone ed
una sola corda di canapa per compagnia... per il resto non restava
altro che invocare il solito "stellone italico" che già doveva
essere presente a quei tempi... bisognava arrangiarsi. Un reparto
del famoso battaglione Edolo, stanziato in alta Valle Camonica,
necessitando di altre corde, oltre alle due che aveva avuto in
dotazione, per compiere delle scalate e portare in quota degli
approvvigionamenti, si "arrangiò alla meglio" e facendo di
necessità virtù, dopo aver assistito alla messa, prelevò le corde
delle campane dal campanile della parrocchiale di Ponte di Legno.
Pur dovendo molte volte agire su ghiacciai o su dei lastroni di
neve ghiacciata mancavano completamente i ramponi da ghiaccio e
specialmente vi era una cronica carenza di indumenti pesanti di
lana, ma l'inconveniente maggiore, di cui tutti si lamentavano,
erano gli scarponi che non resistevano all'umidità e alle lunghe
marce sulla neve.
Tutta la Valle Camonica venne, immediatamente dopo la
dichiarazione ufficiale di guerra all'Austria, dichiarata zona
militare. Vennero fatte affluire, usando la (vituperata fino solo
a pochi anni prima) ferrovia, ma anche su camion e carri, forti
contingenti di truppe e ogni paese dovette assumersi il gravoso
onere di ospitare i comandi, le truppe stesse e le salmerie. Il
paese più vicino al fronte (e al confine) era Ponte di Legno e,
fin dai primi tempi di guerra, venne battuto più volte dai colpi
dell'artiglieria austriaca che era stata stanziata in postazioni
in quota sul versante sud-ovest dell'Adamello. Già nel primo anno
di guerra i combattimenti, anche a breve distanza, tra le truppe
alpine italiane e austriache divennero violenti e furono spesso
condizionati, su tutto il fronte, dalle terribili condizioni
climatiche che erano determinanti alle quote in cui si svolgevano.
In molti casi si combatteva furiosamente, con gravi perdite in
vite umane, per conquistare o perdere poche decine di metri a
quote sopra i 3000 metri, sulle cime più elevate dell'Adamello.
Questa guerra è passata alla iconografia storica con nome di
"Guerra Bianca".
Le truppe, di entrambi gli schieramenti,
ubbidendo a ordini molte volte insulsi oltre che inutili e spesso
criminali nella loro cecità strategica (da tutte due le parti),
venivano comandate all'attacco nel mezzo di violente tormente. Gli
alpini (sia italiani che austriaci) dovevano procedere verso le
difese nemiche, tra le gelide folate di neve e ghiaccio,
camminando spesso gomito a gomito per non disperdersi nella fitta
nebbia e cadere (come purtroppo spesso capitava) in crepacci,
faglie o burroni. In molti casi gli attacchi venivano comandati
durante le ore notturne e, alle condizioni infernali della natura,
oltre alle temperature bassissime, per evitare di essere scoperti
e falciati dalla mitraglia nemica, gli attaccanti dovevano
strisciare, malamente mimetizzati in tute color panna, su rocce e
lastroni, nel massimo silenzio, con una visibilità ridottissima
fino a pochi metri dalle munite e ben armate trincee nemiche.
Spesso la caduta di valanghe o slavine o di copiose precipitazioni
nevose, che ricoprivano e seppellivano uniformemente tutto, erano
ulteriori nemici da cui tutti dovevano cercare di sopravvivere
giorno per giorno. Il confine "virtuale" tra zona di guerra e
retrovie fu fissato, dal comando generale dell'armata, a Cividate
Camuno e il ponte sull'Oglio segnò il limite più a sud della zona
militarizzata vera e propria. In pratica dunque quasi tutta la
valle fu dichiarata, con innumerevoli e comprensibili disagi per
tutti i Camuni, zona di guerra e dovette sottostare alle dure
leggi militari del tempo. Don Carlo Comensoli, arciprete di
Cividate, scrisse nel suo diario "giornaliero": "Il nostro ponte
era confine tra la zona libera e zona di guerra. Chi stava in via
Cavour era in Italia libera, e chi stava a Cividate era al fronte.
Così per passare il ponte venendo a Cividate, bisognava avere un
permesso speciale delle autorità militari... Quindi chi doveva
andare allo stabilimento del Lanico o di Cogno, o nella Prada a
fare il fieno, o alla stazione per un viaggio, aveva un bel
fastidio, prima bisognava andare a farsi fare il permesso. Molte
volte succedeva che la carta restava tra i mucchi di fieno giù
alla Prada, e allora per passare il ponte ne succedevano di belle.
Specialmente quando si veniva con un carro molto pieno, o con un
gerlo pesante sulle spalle, ovvero si doveva correre a casa a far
da mangiare, e la carta non si aveva più...".
Tra Cividate e Cogno, nella vasta piana della "Prada" e a
fianco della strada ferrata e dalla statale, fu realizzato un
campo di aviazione da cui partivano quegli aerei che in pochi
minuti potevano sorvolare le linee nemiche o che erano posti a
difesa dalle incursioni aeree austriache. Oltre ai soldati
impegnati direttamente in prima linea negli assalti disperati alle
trincee nemiche vi erano anche molti militari che erano
quotidianamente occupati nel faticosissimo e pericolosissimo
compito di trasportare cibo, vettovaglie, armi e munizioni. Questo
logorante ma essenziale impegno sottoponeva i militari (e anche
molti civili) ad un immenso lavoro di rifornimento e intere
compagnie di soldati della sussistenza e di alpini dovevano
inerpicarsi con enormi difficoltà, spesso sotto il fuoco nemico,
su impervie vie appena tracciate e snodarsi in lunghe lente e
faticose colonne lungo i ripidi sentieri della montagna, portando
sulle spalle zaini, giberne e sacchi enormi e pesanti. Ad
assistere gli alpini in questo immenso lavoro vennero chiamati
all'opera interi reparti di muli, di asini e perfino di cani
(addestrati al Regio Canile di Bologna che riuscivano a trainare
slitte anche del peso di 150 Kg compiendo anche due viaggi
giornalieri dai campi base alle trincee di prima linea). Furono
pure costruite numerose teleferiche a carrello volante e delle
mini-tramvie o mini-ferrovie con piccoli vagoni a trazione diretta
con corde e catene o a trazione animale. I singoli episodi di
coraggio che videro come teatro il fronte dell'Adamello furono,
come sugli altri fronti, innumerevoli e la gran parte mai
ricordati o segnalati in nessun bollettino di guerra o in qualche
articolo di giornale. Piccoli e grandi atti di eroismo ma più
spesso di semplice sopravvivenza erano nella logica di una guerra
che si logorava e logorava tutti i protagonisti giorno per giorno
in profonde e terribili condizioni di vita e falciava intere
generazioni di giovani italiani e austriaci che si massacravano
senza ottenere rimarchevoli risultati sul piano della conquista
territoriale. All'inizio delle ostilità, dopo i primi giorni di
assestamento, prevalsero quasi sempre le semplici imboscate o gli
assalti localizzati in punti precisi, ristretti e improvvisi,
volti più che altro a disturbare ed far restare in continuo stato
di tesa allerta il nemico. In Adamello il primo importante scontro
armato diretto tra i due schieramenti fu una imboscata che vide
protagonista un reparto di alpini italiani in Val di Fumo, sulle
rive del Lago di Campo. Nella notte e fino alle prime luci
dell'alba del 4 luglio 1915 un giovane tenente austriaco alla
giuda di un reparto alpino di una sessantina di volontari
austriaci e sud tirolesi, armati di due mitragliatrici, condotti
attraverso stretti sentieri da una guida alpina pratica dei posti,
attaccò all'improvviso una compagnia di alpini italiani e ne
uccise e ferì in gran numero tanto che gli italiani furono
costretti, dopo un breve e inutile tentativo di difesa, a
ritirarsi dal Corno d'Avolo.
La guerra, sempre più statica e ormai
paralizzata in trincee e su linee difensive sempre meglio
organizzate, si era trasformata (su tutti i fronti) in un
conflitto "moderno" e sempre più "specializzato". Sui vari fronti,
come sempre in tempo di guerra, vennero studiate delle nuove
strategie e furono sperimentate armi nuove e più efficaci (anche
fantasiose e strane): mitragliatrici, obici, armature, gas, carri
armati, aerei, dirigibili ecc, e in campo umano crebbe la
necessità di specializzare gli uomini ad interventi particolari e
mirati; vennero così creati dei reparti, di non grandi dimensioni
ma ben addestrati per interventi specifici. In base a queste nuove
direttive, dal comando di armata alpino che sovraintendeva il
fronte dell'Adamello, venne affidato al capitano Nino Calvi di
Bergamo il compito di preparare una compagnia di sciatori ben
addestrati che avrebbero avuto come scopo principale quello di
effettuare delle sortite contro i reparti austriaci che operavano
in quota e sui ghiacciai. Fu così dato il via ad una intensa
attività di esercitazioni militari e sci-alpinistiche specifiche
per preparare alcuni reparti ai difficili compiti di esplorazione
e combattimento in quota. Nino Calvi era molto conosciuto anche
prima dello scoppio della guerra come un grande esperto e
appassionato alpinista e faceva parte, con il fratello Attilio,
del noto gruppo di arrampicatori su roccia denominato "Gruppo
Lombardo Alpinisti senza Guide". Alcuni volontari furono accorpati
in una reparto speciale, affidati al Calvi ed ad altri suoi
esperti sciatori e rocciatori e molti alpini, specie giovani
montanari già temprati alla vita a quote elevate, furono
equipaggiati con indumenti adatti e armamento specifico e dopo un
periodo di addestramento furono stanziati nelle immediate retrovie
per essere impegnati in azioni mirate.
Molte furono le operazioni, anche rischiose e
che comportavano spesso notevoli perdite in vite umane che gli
sciatori del Calvi portarono a termine positivamente per il
tricolore italiano. In breve tempo vennero conosciuti e anche
"cavallerescamente temuti" dai nemici austriaci che a loro volta
si erano dotati di reparti similari per colpire le linee italiane.
Lo Stato Maggiore italiano, finalmente edotto dalle molte
esperienze negative, devastanti e traumatiche dell'anno
precedente, già nel secondo anno di guerra si dotò di nuovi
armamenti più consoni al tipo di conflitto combattuto e molti
generi di sussistenza e articoli militari vennero generalmente,
anche se lentamente, migliorati. Negli alti comandi operativi e
nello stato maggiore dell'esercito finalmente venne compreso che
l'alpino, munito del solo "tascapane con razione viveri per due
giorni, quattro pacchetti di cartucce, ed arrotolata intorno al
corpo la (anacronistica) mantellina (di origine risorgimentale),
le coperte ed il telo da tenda", non poteva più essere all'altezza
della situazione e non era più in grado di sostenere, con
risultati positivi, una guerra moderna in cui gas, mitragliatrici
e grossi pezzi di artiglieria erano ormai essenziali e necessari
per avere il sopravvento su un nemico altrettanto fortemente
armato e deciso a difendere strenuamente le proprie posizioni. Si
fece strada, tra i "cervelloni" dello stato maggiore, una nuova
tattica collegata ad una strategia generale: le avanzate delle
truppe in massa e su un largo fronte (che avevano dato alcune
importanti vittorie nel medioevo e fino a Napoleone) dovevano
essere sostenute da una adeguata preparazione di fuoco e
sbarramento di artiglieria altrimenti il rischio di insuccesso
rimaneva altissimo e non si otteneva nessun vantaggio. In base a
questa nuova linea di condotta bellica fu deciso di trasportare
sul
Venerocolo a 3100 metri di quota un grosso cannone calibro 149,
capace di battere e di colpire da lontano le postazioni nemiche.
La iconografia di questa guerra raccontò ed esaltò con enfasi e
impegnandosi a fondo in una forte propaganda, con immagini,
disegni, titoli di giornali e fotografie, questa epica e quasi
impossibile impresa che vide impegnati centinaia di alpini e
artiglieri. Dopo immense fatiche e enormi sforzi il grosso
cannone, smontato nelle sue parti essenziali, giunse sulla vetta
e, creata una postazione dominante il fronte nemico venne
rimontato, installato e fece udire il suo rimbombo sulle grandi
silenti distese ghiacciate dell'Adamello. I risultati pratici e
sotto l'aspetto puramente militare furono scarsi ma quelli
psicologici e propagandistici furono molto rilevanti e fecero si
che gli austriaci, pure loro arroccati sulle stesse teorie
belliche, fossero obbligati a rafforzare ancora più alcune trincee
esposte all'eventuale tiro del cannone e a modificare la
dislocazione di alcune postazioni in alta quota, su fronte
sud-ovest, impegnando grandi quantità di uomini e mezzi che
avrebbero potuto essere comandati in altri settori o in attacchi o
offensive.
I comandi reggimentali italiani che avevano
sede a Edolo e gli stati maggiori del Regio Esercito, continuando
a studiare nuovi piani di attacco, passarono anche alla
pianificazione di alcune sortite verso le linee nemiche che
dovevano creare azioni di disturbo in attesa di più pesanti
interventi e furono ordinati più volte dei brevi combattimenti
numerosi pattugliamenti, che comunque costarono molte vite da
entrambe la parti e che non portarono a nessun vantaggio se non
una più specifica conoscenza delle linee nemiche. Tutto questo
continuo stillicidio di piccole azioni (con squadre che
catturavano soldati nemici o raccoglievano disertori) erano il
presupposto e in preparazione ad un assalto alle cime del
massiccio adamellino, da cui, secondo i comandi superiori e le
teorie belliche del tempo, si avrebbero avuti dei vantaggi
logistici e tattici con la costruzione di postazioni fortemente
armare e dominanti le trincee nemiche che potevano essere perciò
colpite dall'alto e da posizioni più favorevoli.
Ricordata come una delle più significative azioni belliche del
fronte sull'Adamello del 1916, nella notte del 10 aprile, quattro
ore dopo il tramonto, alle 22 circa, i reparti italiani lasciando
il rifugio Garibaldi si misero in marcia silenziosamente per
compiere quell'operazione che portò alla conquista del ghiacciaio
del Mandrone. Era un'azione già studiata e preparata da tempo e
fortemente voluta dai comandi di settore: subito gli scontri
furono violentissimi e solo dopo aspri combattimenti, anche corpo
a corpo, le truppe in grigio-verde, subendo gravi perdite, ebbero
il sopravvento sulle pur valorose forze austriache che dovettero
lasciate il campo e le loro trincee e postazioni. Stabilizzati
nelle nuove linee gli alpini italiani non ebbero molto tempo per
riposarsi poiché pochi giorni dopo, per approfittare della
situazione favorevole che si era creata con la conquista del
ghiacciaio del Mandrone, fu ordinata un'altra avanzata che si
trasformò in una faticosissima, dura e lenta marcia di
avvicinamento al Crozzon di Lares: il 28 aprile gli alpini
sciatori lasciarono il riparo delle loro postazioni e si
lanciarono all'assalto della cima: il caposaldo, di relativa
importanza strategica, venne conquistato dopo aver subito grandi e
pesanti perdite. Il mese successivo, gli Austriaci, dopo essersi
riorganizzati e avendo ricevuto dei rinforzi, passarono al
contrattacco e tentarono di conquistare il Castellaccio, che era
ritenuto dagli stati maggiori dei due eserciti il pilastro destro
della intera difesa italiana sul fronte dell'Adamello. Gravissime
le perdite da entrambe le parti ma i risultati furono quasi nulli
e il fronte, affondato nel fango primaverile, si stabilizzò per
qualche tempo. Il 28 agosto 1916 il governo Italiano, assecondando
anche le richieste insistenti degli alleati Francesi e Inglesi,
dichiarò guerra alla Germania.
Passata la breve estate in alta montagna, le
truppe, sia italiane che austriache, si adattarono a passare un
altro duro inverno in Adamello rintanati nelle lunghe trincee
negli umidi cunicoli e nei radi baraccamenti che davano una scarsa
e molte volte insufficiente protezione alla violenza delle
intemperie e alla rigidità del clima. L'inverno passò tra grandi
difficoltà per gli uomini e gli animali. Furiose tempeste e
copiose precipitazioni nevose a contorno di temperature ben al di
sotto dello zero, anche a quote relativamente basse, impedirono
qualsiasi azione militare su vasta scala: tiri a distanza tra le
artiglierie, colpi isolati dei cecchini e scontri tra piccole
pattuglie di esploratori furono comunque sempre segnalati nei
diari dei comandanti di battaglione. Nella primavera del 1917,
continuando nella consueta e inutile tattica dello scontro diretto
e frontale, vennero ordinati altri (quasi inutili) attacchi alle
linee difensive nemiche e le truppe alpine italiane riuscirono, in
molti casi, a penetrare più a fondo nello schieramento austriaco
che comunque non cedette postazioni di rilievo.
Il fronte dell'Adamello era comunque
considerato un fronte secondario dallo stato maggiore Italiano e
non vi furono particolari interventi o ordini particolari per
modificare uno stato di fatto che risultava stabilizzato e senza
evoluzioni particolarmente significative nell'ambito dell'intero
scacchiere della guerra e del suo fronte che aveva il suo centro
focale sulle montagne Veneto Trentine. L'azione più significativa
di quei mesi che aprivano la stagione calda del 1917, fu l'assalto
al Corno di Cavento: la notte del 15 giugno gli alpini italiani
diedero l'assalto alle trincee nemiche e dopo furiosi corpo a
corpo, con perdite gravi da entrambe le parti, gli austriaci
vennero scacciati e dovettero ritirarsi a quote più basse in
trincee che erano state previdentemente predisposte su un altro
fronte più ristretto e più facilmente difendibile. Malgrado questi
scontri, troppe volte inutili e senza alcun guadagno significativo
di territorio, il grande lavoro di quell'estate fu quello di
costruire nuovi e più protetti camminamenti, più profonde trincee
e più ampie gallerie e caverne per stivare armamenti, vettovaglie
e provviste. L'imperativo di quella calda estate, su tutto il
fronte adamellino, era quello di prepararsi al meglio per
trascorrere il terzo inverno consecutivo in alta montagna con
temperature rigidissime, ghiaccio e neve: come già ampiamente
dimostrato negli inverni già malamente vissuti in questa guerra
infatti questo clima impediva qualsiasi movimento coordinato di
truppe su un ampio schieramento.
Tendendo dunque nel debito conto le esperienze
accumulate negli inverni precedenti il comando generale del fronte
aveva predisposto, già l'anno prima, il progetto di una lunga
galleria che doveva essere scavata sotto il ghiacciaio del
Mandrone, ma le alterne vicende, anche sfavorevoli, dell'inverno
precedente avevano ritardato la messa in opera di lavori. Durante
i mesi estivi e autunnali venne dunque scavato questo grande
cunicolo che aveva l'ingresso a sud-est e risaliva
perpendicolarmente verso il fronte italiano: partiva dal passo
Garibaldi e giungeva fino al passo della Lobbia Alta aprendosi
alle immediate vicinanze delle postazioni italiane più avanzate.
In questo modo si era creata, con tecniche di alta ingegneria, una
via sicura e al coperto, lungo la quale, nei periodi di tormenta e
di tempo avverso, ben riparati dalle terribili condizioni
climatiche e dai pericoli di interventi bellici nemici (colpi di
cannone, mortaio e tiri dei cecchini), si potevano comunque far
affluire con regolarità i rifornimenti alle trincee, ai
camminamenti e alla prima linea. La stesura del primo progetto di
questa galleria era stata voluta dal comando reggimentale di Edolo,
ben conscio della difficile situazione in cui agivano i reparti
della sussistenza, ed aveva avuto, solo dopo un anno,
l'approvazione del comando generale del corpo d'Armata. I generali
e gli strateghi dello stato maggiore, seduti dietro comode
scrivanie e davanti a cartine geografiche ma ben lontani dal fuoco
nemico, si erano convinti della bontà del progetto e avevano dato
il loro assenso alla sua realizzazione però non in quanto via
sicura per far giungere gli essenziali rifornimenti ai soldati al
fronte ma come percorso per poter portare inosservate sulla prima
linea le truppe alpine comandate agli attacchi o di rincalzo a
queste, anche in pieno giorno, senza che gli osservatori nemici
potessero rilevarle. La galleria fu una grossa impresa anche e
soprattutto tecnologicamente poiché, passando sotto e attraverso
il ghiacciaio, aveva una lunghezza di ben 5200 metri, era alta
mediamente più di due metri e larga due e mezzo. L'areazione,
necessaria per un'opera di questa lunghezza, era stata resa
possibile con il traforo di 80 camini che, ben mascherati e
protetti in superficie, mantenevano il ricambio dell'aria ed una
umidità stabile e costante. L'interno del ghiacciaio era
caratterizzato da profondi crepacci e per oltrepassare questi
ostacoli naturali furono costruiti 25 solidi ponti e passerelle di
legno. Ci vollero sei mesi di lavoro ininterrotto, giorno e notte,
per completare e rendere operativo l'intero tunnel che era
illuminato da più di 150 lampadine elettriche ad incandescenza a
cui una squadra di appositi specialisti effettuava una
manutenzione continua. Attraverso questa galleria fu possibile far
transitare grandi quantità di materiale bellico, avere un ricambio
abbastanza regolare delle truppe sul fronte e installare
collegamenti sicuri e stabili tra il fronte stesso e le prime
retrovie. L'inverno tra il 1917 e il 1918 (doveva essere l'ultimo
inverno di questa lunga e terribile guerra, ma pochi se lo
immaginavano) trascorse abbastanza tranquillo e senza scontri di
particolare importanza strategica e rilevanza tattica.
Nella tarda primavera (1918) incominciarono a circolare, tra le
truppe italiane, notizie di sfondamenti delle linee alleate e di
richieste di pace, da parte della Russia, sul remoto fronte
orientale. Già da circa un anno la Russia, aveva, di fatto,
diminuito le sue operazioni offensive e si limitava ad una difesa
passiva del suo lunghissimo confine. La Rivoluzione scoppiata l'8
marzo (1917), in soli sette giorni (fino al 14 marzo), aveva
modificato radicalmente la mappa del potere politico e dopo una
effimera offensiva ordinata dal governo provvisorio di Kerenkji,
nella tarda estate, si concretizzò l'uscita dalla guerra del
colosso russo. Gli stati maggiori degli imperi centrali, favoriti
dalla nuova situazione generale e senza la preoccupazione di
doversi "coprire le spalle" ad est, trasferirono quasi tutti i
corpi di armata di quel fronte sugli altri campi di battaglia e
elaborarono un gigantesco piano offensivo coordinando uno sforzo
militare enorme sugli altri fronti e ritenendolo (o sperandolo)
decisivo per le sorti della guerra. Sul fronte italiano (e non
solo) dopo il crollo delle armate russe si paventava l'arrivo di
forti contingenti di truppe tedesche, tolte da quei lontani campi
di battaglia, in supporto a quelle austriache. Una grande
offensiva era dunque prevista e attesa dai comandi italiani (e
alleati): questa si concretizzò con alcune azioni di disturbo ad
ampio raggio, forse per saggiare la consistenza reale delle difese
italiane e nel giugno (del 1918) gli Austriaci, per una intera
settimana, dal 15 al 23, rafforzati (come previsto) da contingenti
di truppe germaniche, sferrarono un terribile attacco, che fu
soprannominato della "disperazione" e che spaziava su tutto il
lungo fronte italiano. Le truppe austriache erano comandate dai
generali Boroevic (sul Piave) e Conrad (sul Grappa e sul fronte
alpino) mentre l'alto comando Italiano era passato, dopo lo
sfondamento a Caporetto del 1° novembre dell'anno prima (1917) e
il defenestramento di Luigi Cadorna,
al generale
Armando Diaz.
La linea difensiva italiana venne soprannominata (e passò alla
storia) "del Piave" ma anche tutto il fronte nord-est
dell'Adamello si pose in movimento: le truppe austro-ungariche e
tedesche attaccarono contemporaneamente le linee italiane dalla
cresta dei Monticelli fino alle pendici dell'Albiolo. Per ore e
ore, dopo una prima fase di avvicinamento sotto le raffiche di
mitraglia e i colpi di sbarramento dell'artiglieria italiana,
pagata a carissimo prezzo di vite e di materiali, raggiunte le
trincee difese dagli alpini, vi fu un epico scontro a distanza
ridotta. Fu una grande carneficina su tutto il fronte, ogni
posizione fu presa d'assalto, nelle piccole trincee, molte volte
ricolme di fango, sangue e acqua i combattimenti si tramutarono in
scontri personali corpo a corpo e ovunque la lotta divenne
animalesca e votata solo alla distruzione diretta dell'avversario
che si aveva di fronte e alla propria sopravvivenza. La vasta
piana che sfociava nella sella del passo del Tonale, le pendici
del Monticello e del Cady si trasformarono, in quelle tragiche
ore, in un enorme mattatoio e poi in uno sterminato cimitero:
ovunque era visibile, tra il fumo delle bombe e la polvere
sollevata dai colpi di mortaio, solo un tragico groviglio di
morti uno sull'altro, cataste di corpi inanimati e straziati che
segnavano i punti più contesi in cui lo scontro era stato più
acceso e accanito. Questa feroce e animalesca lotta continuò fino
a quando l'oscurità, tarda a calare in quei giorni tra i più
lunghi dell'anno, non scese a coprire in parte tanto scempio di
giovani vite e a porre un relativo freno alla battaglia. Solo le
urla di richiamo e le grida di richiesta di aiuto dei feriti che
invocavano soccorso in diverse lingue ma che si accomunavano in un
immenso, sconfinato dolore e qualche rado colpo di cannone,
rompevano il profondo silenzio che era calato su quelle pendici,
su quei verdi prati ora rossi di sangue. Su piano strategico e di
modifica della linea del fronte anche questa poderosa offensiva
delle truppe austriache non portò mutamenti di rilievo nello
scacchiere adamellino.
Quasi a leccarsi le grandi ferite dovute alla
fallita offensiva germano-austro ungarica sia da parte Italiana
che Austriaca i brevi mesi estivi vennero impiegati a rafforzare
le difese e a rimpiazzare (dove era possibile) i paurosi vuoti
nelle truppe dislocate sul fronte. Fu verso la fine di settembre,
che seguendo un ordine generale impartito dell'Alto Comando
Italiano e in parte suggerito dai comandi alleati, che gli alpini
italiani vennero riuniti in nuovi reggimenti e riorganizzati su
tutto il fronte in grandi unità (divisioni e brigate) per tentare,
questa volta da parte italica, un'ultima e (nelle speranze del
comando) forse definitiva offensiva. Voci di pace (o tregua)
imminente, fin dal fallimento della "offensiva della
disperazione", circolavano ormai da qualche tempo e le truppe
ammassate nelle trincee avevano, all'inizio dell'autunno, la
concreta sensazione che ormai la guerra volgesse al termine con la
vittoria delle armi alleate e con la resa dell'Austria, della
Germania e dei loro alleati. Anche gli alti comandi militari
italiani (e alleati) avevano intuito che il nemico, se posto sotto
forte pressione, avrebbe potuto trovarsi in difficoltà, specie per
i contrasti sulle strategie belliche che dividevano gli altissimi
vertici militari e politici. Comunque il fronte era sempre
attestato sulla linea stabilizzata due anni prima e le truppe
austro-ungariche avevano ancora il morale piuttosto alto ed erano
fortemente armate e ancora molto motivate. Il 24 ottobre il
comando supremo italiano ordinò un grande attacco frontale e con
tutte le forze disponibili su tutto il fronte e dopo cinque giorni
di dura battaglia a Vittorio Veneto, il 29 ottobre, le linee
austriache vennero sfondate. Solo qualche giorno prima alcune
squadre di alpini e arditi italiani erano arrivate fino alle
trincee nemiche in Val di Genova e senza colpo ferire avevano
fatto prigionieri interi reparti nemici con i loro comandanti e
gli stati maggiori. Davanti alle schiere italiane, sul fronte
Trentino e della Venezia Giulia si erano aperte, quasi indifese,
le grandi vie di comunicazione che portavano nel cuore dello
stesso Trentino e dell'Alto Adige. Il fronte nemico era stato
aperto e il 2 novembre le truppe italiane entrarono trionfalmente
in Trento e Trieste e il 3 venne raggiunto, dai più avanzati
reparti alpini, il tanto agognato, desiderato e sognato confine
"naturale" del Brennero e del Monte Nevoso.
Lo stesso giorno, vista la situazione generale e non riuscendo
più a collegare e gestire organicamente una difesa, il comando
supremo austriaco firmò la resa definitiva e le ostilità cessarono
ufficialmente il giorno dopo: era il 4 novembre 1918. Sulle creste
dell'Adamello e su tutte le nostre montagne, nei piccoli paesi,
nelle più strette valli, appena si diffuse la notizia della fine
della guerra vennero suonate a distesa le campane, vennero accesi
in segno di gioia e di giubilo grandi falò e vennero fatte
scoppiare delle fragorose girandole di pacifici fuochi artificiali
sparate, non più (metaforicamente) contro il nemico ma in segno di
festa e di pace. Molti austriaci, all'oscuro di tutto e senza
ordini precisi dai comandi superiori che si erano dileguati,
appresero così, osservando le manifestazioni di gaudio nelle
schiere e nelle popolazioni italiane, la fine delle ostilità e
l'inizio della pace. La guerra, la prima guerra veramente
planetaria, era finalmente finita. Qualcuno, forse ebbro di gioia
in quei giorni di grande euforia ma, sordo alle lezioni della
storia, scrisse in quel tempo che mai più vi sarebbero state
guerre e stermini. Grandi furono i discorsi di pace e fratellanza,
grandi le speranze ma la realtà fu che il grande macello di
milioni di giovani aveva distrutto intere generazioni di ragazzi
chiamati alle armi. Purtroppo tanti sacrifici, pur lasciando un
segno profondo e memorabile, non servirono quasi a nulla allora e
purtroppo non sono servite da monito e da perenne invito ad
aborrire le guerre neppure nei tempi successivi.
I trattati di pace, che tanti guai e affanni politici
procurarono in seguito (tanto da essere la scusa, appena venti
anni dopo, dello scoppio della seconda guerra mondiale), vennero
sottoscritti, da tutti gli alleati vincitori e dagli sconfitti
solo molti mesi dopo: a Versailles con la Germania il 29 giugno
1919, a Saint Germain-en-Laye con l'Austria il 10 novembre 1919, a
Neully con la Bulgaria il 27 novembre 1919, a Trianon con
l'Ungheria (che si staccava definitivamente dall'Austria) il 4
giugno 1920 e a Sèvres con al Turchia il 10 agosto 1920.