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"Dalla
Rivoluzione Francese al Regno D'Italia"
Era il 27 maggio 1796
quando, a soli 85 giorni dalla nomina di
generale comandante in capo delle truppe per la "Campagna
d'Italia" il giovane Napoleone Buonaparte (non ancora Bonaparte),che
aveva appena compiuto 27 anni, alla testa delle inarrestabili
truppe francesi, entrava per la prima volta in Brescia e vi
soggiornava per due giorni. Esattamente otto anni dopo lo scoppio
dei primi moti a Parigi, "la Rivoluzione" importata dalla Francia
e già divulgata in gran parte dell'Europa centrale, aveva posto
ufficialmente le sua fondamenta anche in nord Italia e, a seguito
delle truppe di invasione guidate da Napoleone, fu instaurato, il
18 marzo 1797, il governo provvisorio bresciano. Le idee "giacobine"
portarono non solo una forte intenzione di cambiamento
politico-sociale (prevalentemente elitaria e decisamente poco
polare !) ma divennero anche sempre più presenti e "alla moda" i
simboli esteriori copiati dalla rivoluzione: sugli abiti dei "francès"
(filo-francesi) comparvero coccarde, alle finestre delle case
furono stese bandiere e fasce tricolori e furono innalzati, un
poco ovunque, nelle piazze e sui sagrati delle chiese, gli alberi
della libertà (simbolo della vittoria della rivoluzione sul
vecchio regime). In aprile la Valle Camonica fu annessa alla
provvisoria Repubblica Bresciana che era stata dichiarata dai
"giacobini" bresciani in città e in tutta la provincia. Il nuovo
ordinamento e le nuova società erano apertamente sostenuti più che
dalle idee dalle armi e dai cannoni francesi. In maggio, due mesi
dopo, Venezia e tutte le sue terre, oltre il Garda, furono cedute
da Napoleone all'Impero d'Austria. L'antica e gloriosa Serenissima
Repubblica di San Marco era caduta imbellamente, senza combattere,
con un semplice decreto ducale del Maggior Consiglio che si diceva
"disciolto".
Mille anni di storia cancellati con una firma
in calce al verbale di una assemblea che aveva perso tutto il suo
grande splendore e la sua fierezza. Dal 1° maggio fu
ufficializzata la nascita della "Provincia bresciana della
Montagna", che pressappoco corrispondeva alla Valle Camonica che a
sua volta fu suddivisa in 9 municipalità: Pisogne, Darfo, Bienno,
Borno, Breno, Capodiponte, Cedegolo, Edolo, Pontedilegno. Il
capoluogo di questa provincia (che ebbe vita breve) fu posto a
Breno dove fu stanziato anche un nutrito contingente armato di
milizie francesi. Due mesi dopo, in luglio, fu creata la
Repubblica Cisalpina.
Nel susseguirsi rapidissimo e molte volte incomprensibile sia
per gli amministratori locali che per la gente comune, di nuove,
rivoluzionarie e instabili leggi e ordinanze, la valle cambiò più
volte ordinamento: già il 5 novembre la Repubblica Cisalpina venne
suddivisa in 20 dipartimenti e la Valle Camonica venne a sua volta
suddivisa in più parti, non certo territorialmente omogenee e in
modo totalmente incomprensibile per i Camuni e per coloro che
vivevano e lavoravano sul territorio.
La nuova suddivisione dipartimentale, non
tenendo assolutamente conto dell'orografia del terreno e delle
tradizioni politiche e storiche della zona, con varie diverse
aggregazioni, venne ricavata a tavolino, a Milano, consultando
alcune delle vecchie e non molto precise carte militari redatte
dai cartografi della Repubblica Veneta che risalivano alla fine
del 1600 e che da allora non erano state più aggiornate. Questa
impostazione geo-politica fu tracciata da tecnici, burocrati,
funzionari e da militari francesi e fece si che la maggior parte
della Valle Camonica venne aggregata al dipartimento dell'Adda e
dell'Oglio, mentre la valle del Grigna (con i comuni di Esine,
Berzo e Bienno) entrò a far parte del dipartimento del Mella a cui
era collegata fisicamente solo con il difficile e non sempre
percorribile passo di Crocedomini mentre geograficamente era ed è
sempre stata una valle strettamente inserita nella stessa Valle
Camonica a cui era direttamente collegata da brevi, numerose e ben
tenute vie di comunicazione. Il dipartimento del Serio arrivava
invece fino a Dezzo e comprendeva anche la Val di Scalve. Il
dipartimento dell'Adda e dell'Oglio aveva come capoluogo Morbegno
e tutti i numerosi uffici amministrativi e logistici erano stati
posti in una sede staccata a Sondrio in Val Tellina. La Valle
Camonica, nella sua maggior parte, proprio quella sotto il
dipartimento dell'Adda e dell'Oglio, fu suddivisa in quattro
distretti che avevano per capoluoghi amministrativi locali i
centri di Darfo, Cividate, Capo di Ponte, Edolo.
Nelle sue varie campagne combattute in ogni
angolo d'Europa Napoleone affrontò più volte gli eserciti
imperiali e, nel piccolo scacchiere della Valle Camonica, il cui
confine nord era al passo del Tonale, vi furono numerosi scontri,
movimenti di contingenti armati, di pezzi di artiglieria e
purtroppo vennero messe in atto, da entrambi i belligeranti,
pesanti e numerose e razzie ai danni della popolazione locale. Il
passo del Tonale (e quelli vicini del Mortirolo e dell'Aprica per
la Svizzera) era ritenuto sia dagli strateghi francesi che da
quelli austriaci uno dei punti più delicati di contatto tra la
Repubblica Cisalpina e il Tirolo del sud e il Trentino e cioè con
il cuore dell'Impero Austriaco. Gli Austriaci nel 1798-99, con un
forte contingente di truppe imperiali austro -tedesche e russe
(specialmente corpi di cavalleria di ussari Cechi e Croati),
passando per il sud Tirolo, la Val di Non e il Tonale, riuscirono
a riconquistare la Valle che fu a lungo contesa ai distaccamenti
militari franco-bresciani. In alta Valle Camonica si ebbero molti
scontri armati sulla strada che conduceva al passo del Tonale, a
Ponte di Legno, Vezza d'Oglio, Temù, Stadolina, Vione ed Edolo. I
francesi, messi in difficoltà anche su altri fronti, per non
venire circondati dalle truppe imperiali, si ritirarono dalla
Valle Camonica seguendo due direzioni di marcia: una verso la Val
Tellina attraverso il passo dell'Aprica e del Mortirolo (che erano
riusciti a presidiare e a difendere) e l'altra passando per la
bassa Valle Camonica si portarono prima verso Bergamo, poi verso
il Piemonte e infine valicarono in massa le Alpi per rientrare in
patria. Era una momentanea vittoria delle armi degli alleati
contro i Francesi e i solerti funzionari di Vienna, subito
insediatisi nel posti di comando e di controllo, rimisero
immediatamente in vigore gli statuti che erano stati cancellati
all'arrivo delle truppe della rivoluzione.
Fu una tregua di breve durata: rientrato da
altre campagne in altri paesi, Napoleone, in maggio ridiscese in
Italia alla guida di nuove schiere e il 14 giugno 1800 a Marengo
(vicino ad Alessandria) inflisse una pesantissima sconfitta agli
eserciti imperiali, comandati dal generale Melas, che si
ritirarono precipitosamente in fuga verso Vienna e il centro
Europa lasciando campo libero alle truppe francesi. Fu
ricostituita la Repubblica Cisalpina e furono subito rimesse in
funzione le leggi e la suddivisione territoriale che era stata
imposta nella prima occupazione francese.
Esattamente un anno dopo, il 15 maggio 1801,
venne adottata una nuova suddivisione territoriale della
Repubblica e la Valle Camonica fu assegnata provvisoriamente al
dipartimento del Serio che aveva per capitale amministrativa la
città di Bergamo. Nel 1802 vi fu la proclamazione ufficiale della
Repubblica Italiana: Napoleone fu eletto presidente e la Valle,
l'anno successivo (1803) fu unita definitivamente al dipartimento
di Bergamo. Due anni dopo, nel 1805, con Napoleone già
autonominatosi Imperatore dei francesi fu proclamato il Regno
d'Italia e fu adottato un nuovo ordinamento: la Valle rimase
apparentata al dipartimento del Serio, ma fu suddivisa in tre
"Cantoni" che avevano i loro capoluoghi a Pisogne, Breno, Edolo.
Questi Cantoni a loro volta furono suddivisi in vari comuni, che
facevano capo alle principali municipalità. Queste, corrispondenti
ai vecchi comuni riconosciuti dagli ordinamenti della Repubblica
Veneta, furono rette da sindaci non eletti dai cittadini ma
nominati direttamente con decreto dal Viceré o da suo delegato.
Per quattro anni vi fu un'apparente stabilità e, dopo tanti
sconvolgimenti anche profondamente traumatici per i costumi e la
politica, la dominazione francese cercò di modificare
sostanzialmente e profondamente la vecchia struttura sociale con
continue leggi che rivoluzionavano le tradizioni locali. In questi
anni di ferrea dominazione, il peso del giogo Napoleonico si fece
particolarmente duro fino a divenire praticamente insopportabile:
furono imposte una miriade di nuove tasse e numerosi balzelli, fu
resa periodica la coscrizione di giovani ma specialmente erano
quotidiani i sequestri, le ruberie e le violenze.
Molto gravoso era il vettovagliamento e la
stanzialità di numerosi contingenti armati che, presiedendo in
forze il territorio, dovevano essere mantenuti, sia con regolari
razioni di cibo che nel vestiario e negli alloggiamenti, dalle
municipalità che venivano spogliate di tutto per sopperire a
queste dure imposizioni. Conseguenza della coscrizione
obbligatoria, delle pesantissime sanzioni e tasse, in quegli anni
ridivenne un grande problema a carattere sociale ed economico il
banditismo che imperversava in varie contrade e che raggiunse uno
sviluppo che non era stato mai così intenso nelle terre dell'alta
valle che pure avevano sempre avuto questa piaga. Dalle vicine
vallate bande di fuorusciti, di coscritti che si erano sottratti
alla leva, di delinquenti comuni, di prigionieri evasi derubavano
non solo le baite di montagna e le abitazioni isolate ma giunsero
perfino a colpire anche alcuni grossi paesi e agglomerati di case
come a Cedegolo, Poja e Vione.
Come in tutto il territorio controllato dai Francesi, il 10
giugno 1801, su ordine dipartimentale, vennero espulsi dal loro
convento di Edolo, gli ultimi frati Cappuccini che ancora erano
presenti in alta Valle Camonica. Il 21 giugno (sempre del 1801)
vennero posti in Ponte di Legno la "Dogana" e il "Dazio di
Confine" e venne insediato il "Ricettore del Dazio" con un
"Assistente" e con un "Presentino" (altro aiutante di bassa
categoria) e il giorno dopo alcune squadre di militari francesi
incominciarono a battere casa per casa per riscuotere le tasse, le
gabelle e i dazi che erano stati imposti e fatti leggere
direttamente nelle chiese e sulle piazze. In quell'anno il prezzo
del grano (formentone) al principale mercato della Valle Camonica
a Pisogne era salito a cifre impressionanti e si pagava (quando ve
n'era disponibilità per il libero mercato) "fino a lire duecento e
cinque per carga e carissimo era ogni altro genere di
vettovaglie". Molte furono le lamentele in ogni paese della valle
durante le riscossioni delle gabelle, tanto che molti "sbirri"
vennero insultati pesantemente. Per questo motivo alcuni cittadini
furono arrestati e portati davanti ai giudici e condannati a pene
detentive e a salate multe.
L'anno seguente (1802) la tensione al confine
del Tonale tra le truppe austriache e i militari francesi, che si
fronteggiavano a poche centinaia di metri, crebbe fino allo
scambio di numerosi colpi di fucile. Subito furono fatte giungere
in zona altre truppe che si ammassarono nei paesi della Valle a
ridosso del confine, portando ulteriore disturbo alle già provate
popolazioni. In alta valle, oltre ai già citati funzionari di
dazio e guardie confinarie, vennero rese operative anche delle
squadre di "battitori di strada" che avevano il compito di
controllare i sentieri e le mulattiere che passavano oltre confine
e che erano divenuti i principali punti di transito per merci e
uomini. Nel 1808 alcune truppe austriache, che si erano insediate
e fortificate in buon numero sul confine del Tonale e a Vermiglio,
scesero verso Ponte di Legno e giunsero fino ad Edolo in aiuto di
numerosi insorti camuni che avevano cercato da soli, inutilmente,
di cacciare dalla zona i francesi. Fu una disfatta completa e la
repressione messa in atto dai commissari napoleonici fu durissima.
La presenza francese in Valle, da quel
momento, non fu più messa in pericolo da sommosse o colpi di mano
e gli occupanti restarono padroni incontrastati fino alla disfatta
totale di Napoleone a Waterloo nel 1815. Col trattato di Vienna e
con la Restaurazione degli stati e degli ordinamenti
pre-napoleonici, la Valle Camonica fu posta sotto il dominio
dell'Impero Austro-Ungarico, dato che Venezia e la sua Repubblica
erano semplicemente scomparsi dal mondo politico internazionale e
dalle carte geografiche. Dall'avventura rivoluzionaria e
napoleonica la Valle ne uscì politicamente sconvolta ed
enormemente impoverita. Anche qui, come in quasi tutti gli stati
Europei, la rivoluzione fu in pratica solo subita: non fu mai
sentita dal popolo, dal clero e dalla classe nobiliare locale che
anzi apertamente la osteggiarono e la avversarono in più modi
(fino alla aperta e sanguinosa rivolta). Invece di portare
realmente la libertà, la fraternità e l'uguaglianza, che tanto
avevano infervorato ed esaltato gli spiriti liberi dell'epoca, le
truppe francesi (prima della Repubblica e poi dell'Impero)
portarono il "loro ordine" con disordine, lutti, sopraffazioni,
violenze, grandi danni ed enormi ruberie. La rivoluzione francese,
dopo i primi grandi traumi sociali interni alla neo repubblica con
il periodo del terrore e della guerra contro "gli eserciti nemici
interni ed esterni", si contraddistinse da subito non come
un'azione popolare di liberazione dal "vecchio regime" ma come una
campagna di conquista e sottomissione dei popoli con cui veniva a
contatto.
Il primo atto e la prima preoccupazione delle
truppe di occupazione francesi fu di creare un nuovo sistema
geopolitico razionale, codificato, ben controllabile dai militari,
dai funzionari e dalla polizia. Questo portò alla messa in opera
di una capillare amministrazione dei paesi conquistati in cui
veniva regolarmente resa operante una burocrazia piratesca e
ossessivamente pignola e pesante, con le odiate e invise
coscrizioni obbligatorie che erano poste in atto quasi
continuamente per sopperire alle carenze di organici nell'esercito
di Napoleone.
Per mantenere in funzione e sostenere questa enorme macchina di
guerra e di occupazione territoriale furono saccheggiati
impunemente, per anni, sia beni pubblici, che ecclesiastici, che
privati. Furono sequestrati e incamerati oggetti di valore e
oggettistica d'arte sia sacra che laica, furono richieste
continuamente enormi somme di denaro, di derrate alimentari e di
vestiario, furono imposti il mantenimento e acquartieramento
(molte volte non solo in edifici privati e pubblici ma anche in
chiese e sagrestie) di truppe a spese delle già spremute
amministrazioni locali e della già impoverita popolazione che si
vide derubata, in molti casi, anche del minimo indispensabile per
la propria sopravvivenza. In Valle Camonica le ruberie di bestiame
prima e, una pesantissima epidemia di afta che distrusse il
patrimonio bovino poi, la confisca di tutti i beni di consumo
comprendenti perfino le scorte per la semina dei campi per l'anno
successivo, e i mancati risarcimenti, sempre promessi e mai
mantenuti, portarono ad un repentino e notevole abbassamento del
tenore di vita della popolazione e a grosse sacche di povertà che
scompaginarono completamente anche il tessuto connettivo della
stessa società camuna.
La grande pressione fiscale dovuta al continuo
stato di guerra instaurato in tutta Europa da Napoleone e dai suoi
nemici, venne a creare, anche a livello locale, una profonda crisi
in ogni settore produttivo. Fu soprattutto gravissima
nell'agricoltura, dove uomini, raccolti e bestiame venivano
sistematicamente ed indiscriminatamente requisiti dai funzionari
francesi per sostenere non solo le truppe locali ma anche quelle
direttamente al seguito di Napoleone nelle sue campagne. Quando
gli eserciti Napoleonici furono definitivamente sconfitti l'Europa
era divenuta una terra immensamente più povera e ci vollero molti
anni perché le vaste ferite inferte dall'avventura del "Gran
Corso" si rimarginassero. Dopo il 1815 i nuovi padroni austriaci
si trovarono di fronte una Valle Camonica (e le altre zone alpine)
stremata e quindi ebbero estrema facilità a sottomettere
tranquillamente una popolazione stanca di disordine e ingiustizie,
politicamente distrutta nei suoi migliori cervelli e quasi
completamente inattiva nelle sue capacità produttive. Quello che
importava veramente, a quasi tutta la popolazione camuna, era solo
la possibilità di avere un poco di pane di segale o un pezzo di
polenta e latte da porre sulle misere mense delle povere famiglie
e dunque mantenersi, giorno per giorno, in una semplice, misera e
tranquilla sopravvivenza quotidiana.
Era da almeno 500 anni, dal tempo delle
infinite e cruente guerre medievali tra Venezia e Milano, che la
Valle Camonica non era ridotta ad una simile povertà e ad un
simile stato di prostrazione. Tra i primi atti positivi messi in
cantiere dell'amministrazione austriaca in Valle Camonica vi fu la
progettazione e la costruzione della strada del Tinazzo, sopra
Lovere, per favorire comunicazioni più dirette con Bergamo (e
MiIano), cui la valle restò unita amministrativamente, come era
già di fatto nell'ultimo ordinamento napoleonico. Come logico,
numerosi furono invece i cambiamenti imposti da Vienna a livello
politico: la struttura comunale si differenziò subito con una
nuova organizzazione amministrativa e una nominale maggiore
autonomia rispetto alle rigidissime strutture centralistiche
imposte dai Francesi. Questa autonomia però fu quasi solamente
formale, di facciata e non di sostanza: i sindaci e ogni altra
carica pubblica erano infatti di nomina regia e imperiale e tutte
le attività burocratiche e amministrative erano rigidamente
vincolate all'approvazione dei funzionari, dei poliziotti e dei
burocrati austriaci che potevano destituire chiunque in qualunque
momento e sostituirlo con altri funzionari di provata fede filo
austriaca.
La Chiesa, dopo le forti ventate anti-religiose portate dalla
rivoluzione francese, fu subito dalla parte del nuovo ordine
sociale: la Cattolicissima Austria rifuse alcune delle immense
proprietà e dei beni ecclesiastici che le varie parrocchie,
santuari e il clero si erano visti sottratti dai francesi e le
gerarchie cattoliche si schierarono compatte dietro ai nuovi
delegati imperiali. Ma la rivoluzione francese, sia pure fra
grandi, infami e dolorosi eccessi e profonde e radicali
deformazioni delle idee originarie di libertà, uguaglianza e
fraternità, aveva lasciato inciso profondamente negli spiriti più
progressisti un grande disagio politico e sociale per i regimi di
stampo tardo medievale come quelli restaurati dal Congresso di
Vienna. Come nel resto d'Europa, anche in Valle Camonica il
ciclone francese aveva piantato in modo radicale e forse anche
autentico i semi dell'idea di un "mondo nuovo", aprendo nuove e
inusuali prospettive per la vita politica e la stessa società.
Quest'aria di rinnovamento, che le varie
popolazioni del vecchio continente recepirono e sentirono in modi
e tempi totalmente e completamente diversi, attecchì anche in
Italia favorendo la formazione di quello spirito nazionale che
nella nostra penisola era stato fino ad allora (e lo restò ancora
a lungo in certe regioni), solo appannaggio di pochi spiriti,
volti ad una sognata, agognata ma poco concreta e incerta unità.
Questi giovani non erano solo attirati all'azione violenta e
riformatrice dalla sempre presente demagogia delle parole (troppe
volte vuote e altisonanti ma sterili e inattive in tanti
sognatori) ma dalla volontà di agire direttamente contro quello
che era sentito, ormai in un diffuso strato della classe media
(quella più oppressa economicamente), come uno straniero e
invasore. In molti casi l'animo di questi uomini (pochi per la
verità rispetto alla popolazione) era dunque teso verso quell'idea
dell'indipendenza e di identità nazionale che, nel giro di mezzo
secolo, porterà prima alle tre guerre d'Indipendenza,
all'avventura Garibaldina e poi alla proclamazione del Regno
d'Italia. In Valle Camonica l'idea risorgimentale si fece strada
nelle coscienze di alcuni giovani intellettuali (fra cui Antonio
Zendrini e Giovan Battista Cavallini) che parteciparono, nel 1821,
ai sanguinosi e male organizzati moti piemontesi di Alessandria.
La Carboneria, società segreta diffusa in modo
particolare tra gli intellettuali della Lombardia e della Liguria,
trovò alcuni iscritti anche nel solco dell'Oglio, mentre altri
ancora si iscrissero, dopo le persecuzioni e gli arresti che
colpirono numerosi Carbonari, alla Giovane Italia di Mazzini che
fu animata, divulgata e sostenuta, in Valle Camonica e sul Sebino,
da Gabriele Rosa e da Gaetano Bergnani. Malgrado la ben costruita
prosopopea post-risorgimentale si trattò (va sinceramente
riconosciuto come verità storica contingente !) solo di
atteggiamenti politici molte volte irrazionali che sfociavano in
azioni dimostrative isolate che lasciavano però la gran massa del
popolo completamente indifferente e in molti casi addirittura
ostile.
Più che l'idea astratta della libertà e dell'unità italica era
l'evidenza quotidiana dello stato delle cose, la vita molto dura e
grama, la diffusa povertà a determinare nel popolo un vasto
malcontento per il governo austriaco e la sua ossessiva e sempre
presente polizia e per la lentissima e pignolissima burocrazia che
limitava o intralciava ogni iniziativa e ogni mercato. Il malumore
generalizzato tra la piccola borghesia e il popolo minuto si
trasformò prima in una forte insofferenza e poi in aperta rivolta
verso un regime profondamente centralizzato e sostenuto da
continue azioni di dura repressione poliziesca che era vissuto
ormai solo come un sistema soffocante e tirannico che respingeva
sistematicamente ogni richiesta popolare, esigeva imposte gravose,
imponeva dazi su tutti i prodotti locali per proteggere le merci
austriache, alienava i diritti e le proprietà comunali a vantaggio
di quella classe medio-alto borghese e piccolo nobiliare che era
l'ossatura portante e la parte più fedele del cosmopolita Impero
Austro-Ungarico. Sintomatico esempio di questa crescente
insofferenza in Valle Camonica fu una rivolta popolare scoppiata a
Darfo nel 1834, che impegnò a fondo, per alcuni giorni, la polizia
austriaca nell'opera di repressione. Le forze dell'ordine
valligiane e quelle inviate da Brescia non furono però sufficienti
ad arginare e a sedare la furia popolare e dovette intervenire, in
modo durissimo, una compagnia di cavalleggeri Ussari per riportare
la situazione sotto controllo. Nonostante i tempi difficili, la
valle divenne protagonista, in questo periodo, di alcune
importanti realizzazioni pubbliche e private che erano destinate a
lasciare un profondo segno negli anni a seguire, sia nella società
che sul territorio. Si registrò un notevole progresso
nell'agricoltura e nella forestazione ma fu la trasformazione
dell'artigianato del ferro in vera e propria industria siderurgica
che fece fare un notevole balzo in avanti a questo importante
settore che rimase in forte attività fino alla fine del secolo
successivo (1980-1988).
La Valle Camonica fin dal medioevo era sempre
stata naturalmente, per via dell'orografia del terreno, più
facilmente collegata a Bergamo che non a Brescia. Politicamente ed
economicamente però era quasi sempre stata nell'orbita bresciana e
la costruzione dell'importantissima strada sulla sponda orientale
del Sebino, che da Pisogne giungeva fino ad Iseo, fu il logico
sbocco delle attività commerciali e industriali camune verso il
fiorente e importante mercato bresciano e padano. Il 1848 è
passato alla storia del vecchio continente come un anno di
numerosi, diffusi e profondi moti rivoluzionari in tutta Europa,
tant'è che dire: "fare un 48" vuole ancora significare grande
confusione o uno stato di lotte e rivendicazioni violente: questa
fraseologia deriva proprio dalla identificazione di quanto accadde
specialmente in quel turbolento anno. Gli antichi regimi, copia
fedele e molto sbiadita di quelli spazzati via dal turbine
Napoleonico, ma rimessi al potere dalla contro rivoluzione del
Congresso di Vienna, pur sopravvivendo nelle loro più radicate
tradizioni istituzionali non riuscivano più a dare quelle risposte
sostanziali che i settori più attivi e irrequieti di una società
in rapida evoluzione socio-politica attendevano da chi deteneva il
potere che in molti casi restava ancora assoluto e che era creduto
di concessione diretta di Dio. Molti re e imperatori erano (e lo
restarono ancora fino all'inizio del XX secolo e allo scoppio
della prima guerra mondiale) considerati esseri superiori e con
particolari poteri di diretta derivazione divina (di preveggenza,
di saggezza, di infallibilità, di possibilità di guarire e di far
ammalare ecc.).
Sull'esempio dei moti che infiammarono
violentemente Brescia e Milano, anche la Valle Camonica insorse in
quell'anno contro gli austriaci. In molti paesi della valle, a
dimostrazione come fosse abbastanza diffusamente inviso il potere
poliziesco e burocratico austriaco, si formarono corpi di
volontari, il più delle volte armati sommariamente, che dopo i
primi istanti di grande esaltazione e massima confusione,
confluirono nella Legione delle Alpi. Inquadrate in modo
provvisorio e molte volte casuale, le entusiaste truppe volontarie
camune, vennero poste a presidio del passo del Tonale che era
ancora difeso da quelle "provvisorie" fortificazioni (casematte e
casermette) che risalivano al periodo in cui il confine tra
l'Austria e la dominazione napoleonica passava proprio per il
passo del Tonale e le truppe austriache si fronteggiavano a quelle
francesi. Decisa ed efficace, da parte italiana, fu la resistenza
ad alcuni brevi attacchi che furono attuati per sondare la
consistenza delle truppe volontarie, ma, risultò subito
decisamente impari lo scontro armato tra le organizzate truppe
imperiali e i volonterosi ma disorganizzati, mal comandati e
impreparati irregolari italiani. Già il 27 luglio apparve
impossibile, da parte italiana, attuare una valida difesa
dell'alta Valle dopo che le truppe austro-ungariche, ben armate e
ben coordinate si decisero a sferrare un violento assalto alla
debole prima linea di difesa. Questa era stata approntata con
semplici trincee di tronchi e con delle masserizie trovate in
alcune cascine e ammucchiate sulla strada del passo dai volontari
italiani.
Giungendo a marce forzate dalla Val di Non e
dal Trentino, gli austriaci si presentarono alla demarcazione del
confine e iniziarono la discesa verso Ponte di Legno in cui era
stato sistemato il comando provvisorio dei volontari. Dopo poche
ore dall'inizio dell'attacco diretto gli austriaci ebbero il
sopravvento e gli italiani si videro obbligati a ripiegare
precipitosamente verso Vezza d'Oglio. Il fervore indipendentista
che animava gli spiriti di chi credeva fermamente nella lotta
armata per la liberazione del suolo dalla dominazione straniera,
si mantenne abbastanza saldo e notevole rimase, anche dopo le
sconfitte subite nei primi giorni di guerra, l'esaltazione per le
idee di una patria comune, per il regno Sabaudo come futuro
cemento nazionale, per il suo re e il suo (mal comandato e
impreparato !) esercito. Vi furono, anche (e soprattutto) per
questo, ovunque grandi e piccoli gesti di eroismo… ma la diffusa
disorganizzazione e le enormi incompetenze ai litigiosi e meschini
vertici militari, i numerosi e insanabili conflitti sulle varie
competenze dei vari comandi (anche i più piccoli), gli sballati
ordini troppe volte contrastanti e non certo per ultima la
sfiducia nell'efficacia dell'azione dei tanti e valenti volontari,
definitivamente frustrata dopo le sconfitte di Custoza e Novara e
l'apparente insuccesso delle dieci giornate di Brescia, portò ad
una inevitabile sconfitta su tutti i fronti: militare, politico e
sociale. La repressione poliziesca e militare imperiale fu ancora
una volta dura e particolarmente meticolosa e così l'Austria poté
dominare nuovamente incontrastata e onnipresente per un'altra
decina d'anni su una popolazione che diveniva sempre più ostile ma
anche sempre più audace nella resistenza sia attiva che passiva.
Bastò un decennio di accurata preparazione
interna e internazionale con le spericolate manovre (anche di
alcova) di Cavour per modificare sostanzialmente il quadro
generale della politica nel nord Italia e nel 1859, mentre
piemontesi e francesi scendevano in campo vittoriosamente contro
gli austriaci nella pianura padana, in Valle Camonica, come anche
in altre valli lombarde, si costituì un comitato insurrezionale.
Quello camuno fu presieduto da Francesco Cuzzetti ed ebbe come
compito sostanziale l'arruolamento di giovani camuni destinati ad
entrare nel corpo volontario dei Cacciatori della Alpi che
Giuseppe Garibaldi aveva organizzato subito dopo la dichiarazione
di guerra dell'Austria al Piemonte. Questo famoso corpo di truppe
alpine, formato principalmente da duri montanari delle valli
Bresciane e Bergamasche, presidiò armato la Valle Camonica fino al
trattato di Villafranca e alla cessazione delle ostilità.
Fu, quella dei Cacciatori delle Alpi, un'azione militare
particolarmente importante anche politicamente, poiché con la sua
presenza e le sue azioni vittoriose sulle le truppe
austro-ungariche poste al confine del Tonale e in Trentino,
garantì alla Valle Camonica quell'indipendenza che l'Austria non
avrebbe mai concesso e permesso a questa valle tanto importante
per i collegamenti con il Tirolo e il cuore dell'Impero. La Valle
Camonica, dopo la pace firmata da Napoleone III e da Francesco
Giuseppe, dopo le rimostranze per le clausole che non
contemplavano la cessione al Piemonte anche del Veneto e di
Venezia, ottenne, insieme al resto della Lombardia, l'annessione
al regno dei Savoia e nel 1861, dopo l'unificazione territoriale
dello stivale e delle isole, entrò nel neonato Regno d'Italia che
fu proclamato ufficialmente il 17 marzo. Col nuovo ordinamento
geopolitico del neonato stato Italiano, esportato (e imposto) in
ogni regione adottando direttamente lo statuto Piemontese (Statuto
Albertino del 1849), la Valle Camonica tornò amministrativamente a
dipendere dal compartimento territoriale di Brescia che divenne
capoluogo di provincia e in cui furono insediati tutti gli uffici
della pubblica amministrazione civile e penale e il distretto
militare.
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