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"Medioevo"
Il 476 d.C.
è una data particolarmente significativa nella
storia del mondo occidentale: a questa è, infatti, fissato il
crollo ufficiale e la completa disgregazione dell'organizzazione
statale dell'Impero Romano d'Occidente. Fu un processo abbastanza
veloce nelle sue fasi finali ma era già iniziato da almeno 150
anni con le varie, sanguinose e profonde crisi interne e con le
varie lotte per il potere che devastarono e resero instabili i più
alti vertici del più vasto e organizzato Impero che la storia
aveva visto prosperare fino a qual momento. In questa data si pone
anche, logicamente, la fine ufficiale della dominazione romana in
Valle Camonica. In brevissimo tempo tutta la complessa struttura
verticistica e organizzativa dell'Impero, che era durata (anche se
più volte modificata) per quasi 500 anni, i suoi scambi e i suoi
anche profondi vincoli socio economici si dissolsero. Nel nord
Italia già sotto il re Odoacre (476-493) e la possente invasione
dei Goti la concezione dello Stato (inteso come una struttura
statale centralistica) venne disgregata e distrutta e ridivenne
quella, antichissima (che forse era stata già alla base
dell'antica società del popolo dei Camuni e più in generale dei
Reti nelle valli alpine), di un organismo familiare-tribale con
forti legami di stirpe, di sangue e fondata sulle consuetudini con
le conquiste dei popoli che giungevano dalle lontane terre del
nord/est. Veniva imposto, con la forza, l'ideale nordico e
barbarico della vita, quello considerato, da sempre, ordine
fondamentale delle regole sociali nel mondo dei Germani che,
spazzando via l'universo romano, si affermò con viruenza inaudita
nelle terre conquistate e sottomesse.
Come nelle altre vallate alpine o in molte
zone decentrate rispetto ai grandi flussi migratori, le varie
strutture sociali in Valle Camonica si mantennero parzialmente in
vita solo aggrappandosi agli usi e ai costumi dei luoghi di
origine che, come abbiamo già avuto modo di sottolineare, avevano
avuto forti influenze dallo stile di vita dell'impero. Un poco
alla volta le popolazioni, senza le direttive e le leggi
centraliste a cui erano ormai soggette da secoli, si diedero,
forzatamente e autonomamente, delle forme di governo locale che
ricalcavano in parte il mondo e gli stati sociali di quei popoli
nordici che, transitando lungo le strade romane, lasciavano dietro
di se distruzione, morte, carestia, schiavitù e anche un modo di
vivere, essere, pensare e valutare la vita che poco avevano a che
fare con quello stile greco-romano che era stato alla base della
società Europea e Mediterranea degli ultimi secoli.
Anche la Valle Camonica vide, in breve tempo,
sconvolta la propria organizzazione economica. In alcune plaghe o
paesi, che avevano più di altri subìto e accolto a fondo la
colonizzazione romana (di solito quelli più prossimi o a cavallo
della via Valeriana, che fungeva da collegamento e linfa vitale
per scambi e movimenti) il trauma fu pesantissimo. Tutta la
struttura socio-economica locale venne azzerata poiché si era
basata, fino alla decadenza e al disfacimento socio-politico
dell'Impero Romano, su di una economia primaria mista di
pastorizia, coltivazione (non molto estensiva) del suolo,
estrazione e battitura del ferro e delle ferrarezze e lavorazione
della lana che portavano regolarmente a contatti e scambi
frequenti con le altre provincie e regioni. Rimase ancora a lungo
(e non poteva essere diversamente) però il ricordo della
dominazione romana. La toponomastica valligiana rileva alcuni
interessanti contatti con l'impero dissolto, come nell'antica
frazione di Corna di Darfo dove la contrada dei "Massi" (dove
questo autore ha vissuto per un decennio), rende ancora oggi
testimonianza che, forse ancora nella prima età barbarica,
qualcosa dell'antica consolidata organizzazione romana della
proprietà e del lavoro delle terre era rimasto: "massae", in età
romana, erano, infatti, chiamati gli insiemi di domini rurali, le
ville con latifondi che nel successivo periodo longobardo
prenderanno il nome di corti e talora anche di "domus cultae".
Fanno fede di ciò le denominazioni Corti di Rogno o Corteno ed
altri borghi e frazioni che portano ancora oggi la traccia
profonda di questa trasformazione nel loro nome. Odoacre, che ebbe
una importanza fondamentale per affermare la supremazia di questi
concetti barbarici sullo Jus Romano, creò in Italia uno Stato che
in pratica non aveva alcun fondamento di diritto: erano in vigore
solo gli usi, le costumanze, le leggi ancestrali e di maniera di
un popolo dominato dalla classe dei guerrieri, che facevano della
forza fisica la basilare sostanza della giustizia. Questa
situazione, che, di fatto, si generalizzò immediatamente nelle
terre sottoposte alla conquista dei Goti, era fondamentalmente
estranea alle tradizioni che avevano regolato, fino allora, la
vita sociale ed economica delle Genti al di qua delle Alpi e che
più di altre avevano "avanzato" le culture romane. Unico appiglio
a quel mondo che andava velocemente a scomparire e che restava
ancora come esempio tradizionale di società organizzata, rimaneva
solo l'aggregazione attorno a ciò che rimaneva delle antiche curie
romane o attorno alle figure dei vescovi o dei sacerdoti, unici
riferimenti che si potevano contrapporre a quelli del guerriero e
del combattente. L'organizzazione plurisecolare romana che si
basava quasi ovunque (fuori dalla grandi città) in "pagi" e "massae"
fu comunque cancellata completamente dalle incontenibili,
periodiche e ricorrenti invasioni dei popoli del nord Europa. I
contraccolpi (specie sulle non particolarmente forti società
montane) furono radicali: nelle zone periferiche, come la Valle
Camonica, in pratica le strutture di base della società, si
dissolsero e semplicemente scomparvero nella loro funzione
economica e nella loro organizzazione del lavoro e nel loro pur
semplice sistema sociale. Senza organizzazione centralizzata e
senza linee precise di una qualsiasi struttura statale organizzata
e gestita da regole precise e riconosciute, in breve tempo, si
tornò ad una sorta di economia primitiva nella quale predominava
la pastorizia. Nel 568, un altro popolo guerriero, proveniente
dalle fredde e inospitali lande del centro Europa, si affacciò
alle calde e ubertose terre italiche: i Longobardi. Questi forti
guerrieri, nella loro travolgente calata in Italia, conquistarono
anche Brescia e tutto il suo territorio. Il loro sistema sociale,
copiato in gran parte da quelli in vigore nelle varie terre che,
nella loro invasione, avevano attraversato (per questo erano
comuni nomi anche di derivazione nordica o latina), venne imposto
sulle terre conquistate e la Valle Camonica venne infeudata al
Duca Longobardo ed all'antico Monastero di San Salvatore di
Brescia. La situazione generale delle popolazioni valligiane non
migliorò certo anche perché rispetto alla precedente dominazione
romana, la conquista longobarda fece registrare su tutto l'arco
alpino una pesante involuzione politico-economica-sociale che
ridusse il tenore di vita alla pura sussistenza. In breve vennero
quasi completamente abbandonate le lavorazioni del ferro e della
lana da esportazione, il commercio a causa della mancanza di
rapporti tra le varie valli e le cittàsubì un drastico e continuo
rallentamento tanto da scomparire quasi completamente e il baratto
in natura ridivenne la consuetudine nei rapporti
economico-politici: per più di due secoli la valle (come le altre
valli) rimase isolata dal mondo esterno e racchiusa tra le proprie
montagne.
Gli scambi, sia economici che culturali, erano ridottissimi
(anche all'interno della stessa valle) e solo la presenza, se non
pur molto radicata, di una fede cristiana comune, dava una certa
continuità al territorio camuno. Prevalevano comunque l'isolamento
e i piccoli localismi che si esprimevano negli sparsi agglomerati
di casupole o catapecchie o nei rustici pievatici intorno a cui si
stringevano borghi o castellatici abitati da pochi e
inselvatichiti Camuni.
Dopo 200 anni di dominazione Longobarda la
Valle Camonica fu occupata, nel 764, dalle truppe dei Franchi di Carlo Magno che ottenne un vittoria sugli stati
Longobardi sulle pendici del Mortirolo (in alta Valle). La
tradizione locale (forse infondata) voleva che lo stesso Carlo
fosse alla testa delle sue schiere anche nella conquista del
castello di Breno e nell'assedio delle altre numerose rocche
Longobarde disseminate nei punti strategici e di transito forzato
nella vallata dell'Oglio. Dieci anni dopo la sua passata, nel 774,
lo stesso re franco affidò la valle, come feudo, al ricchissimo e
potente Monastero francese di San Martino di Tours. I privilegi di
questo grande monastero durarono incontrastati sull'intera Valle
Camonica (e su altri vastissimi territori in tutto il nord Italia)
e più volte vennero riaffermati dai successori di Carlo, fino
all'anno 837. In quell'anno, poco tempo dopo la morte di Carlo, si
erano già rapidamente indebolite le strutture centraliste del suo
vasto ma composito Impero e i suoi successori diretti e i grandi
feudatari avevano di fatto già dissolto il Sacro Romano Impero in
tanti piccoli regni, ducati, contee e marchesati, quando, in
seguito ad un contrasto politico-religioso-territoriale tra
Ludovico il Pio (protettore dell'abbazia di Tours) e Lotario,
alcuni possedimenti camuni vennero rivendicati da quest'ultimo al
Monastero di San Salvatore di Brescia. La diatriba continuò a
lungo e solo cinquant'anni dopo, nell'887, Carlo il Grosso
riconfermò a San Martino di Tours il possesso, i privilegi e l'infeudamento
sulla Valle Camonica. Tale conferma fu poi rinnovata, il secolo
dopo, alle soglie del temuto anno 1000, da Ottone III:
era il 998.
Ma ormai il dominio della potente e ricchissima abbazia
francese sulla valle stava per terminare, sia per la lontananza
geografica, sia perché gli inviati del monastero erano divenuti e
delegati essi stessi "camuni" a tutti gli effetti, sia perché i
rapporti tra i vari monasteri satelliti sorti nelle terre date in
feudo e la casa madre si erano, poco per volta, resi aleatori e
poi completamente spezzati. Dunque il controllo diretto dalla
lontana terra di Francia, era andato progressivamente diluendosi e
poi estinguendosi e questo stato di fatto tornava logicamente a
tutto vantaggio del Vescovo di Brescia, massima autorità
politico-religiosa, che raccolse totalmente l'importante eredità
dell'infeudamento carolingio, divenendo, con questo, l'arbitro
delle accese contese e il dispensatore, fra le più ricche famiglie
bresciane, delle investiture nei numerosi feudi camuni. In questa
lotta prevalse, per un certo tempo, l'antica e potente famiglia
bresciana dei Martinengo che ottenne, dallo stesso vescovo, vasti
possedimenti in valle. Non essendoci comunque una forte struttura
centrale a cui fare riferimento diretto, la situazione politica
rimase piuttosto fluida e ingarbugliata per secoli, sempre aperta
a nuovi contrasti, a faide, a rivendicazioni, a vendette, a
soprusi e a sopraffazioni che, a volte, degeneravano in vera e
propria guerra aperta.
Innumerevoli furono gli episodi, che
potrebbero essere raccontati e che numerosi autori di storia
locale hanno riportato. Si trattava di continui scontri, anche
sanguinosi, tra le più antiche e ricche famiglie camuno-sebine,
che si appoggiavano di volta in volta, a seconda delle proprie
necessità e interessi, a qualche potente (imperatore, papa, duca,
vescovo o principe) facendolo intervenire anche direttamente.
Oltre agli innumerevoli "scontri" a Borno (con gli Scalvini), a
Erbanno, Esine, Breno, Edolo, Cemmo, Paspardo, Mù, Vezza, Malonno,
Bienno, Lozio, Angolo, ecc., forse la vicenda più significativa è
quella che si riferisce alla lunghissima e cruenta questione per
il possesso del feudo di Volpino posto a cavallo della riva nord
del lago d'Iseo e all'imbocco della Valle Camonica. Da semplice
questione ereditaria tra famiglie (imparentate tra loro) divenne
una lunga e sanguinosa guerra tra potenti città e grandi feudi con
l'intervento addirittura dell'impero e del papato, di eserciti e
flottiglie lacustri, di cavalieri e santi. Le terre di Volpino
avevano anche una particolare importanza strategica e militare,
che andava ben oltre il puro possesso territoriale. La sua
collocazione geografica e dunque la possibilità di controllare con
le sue rocche e ponti i commerci e gli scambi la facevano di fatto
la porta di accesso da sud all'intera Valle Camonica e alle sue
importanti vie di transito per la Val Tellina e il centro Europa .
La storia della "questione" di Volpino era nata a seguito delle
continue discordie tra l'antichissima famiglia di Giovanni Brusati,
feudatario di Volpino, Qualino e Ceratello, politicamente e
tradizionalmente appoggiata e legata a Brescia e al suo vescovo
principe e la confinante (e consanguinea: erano cugini !) famiglia
di Gislinzone Mozzi, spalleggiata e protetta dal comune di Bergamo
e dalle famose famiglie bergamasche dei Colleoni e dei Ficeni. Nel
1126 Giovanni Brusati decise di vendere la sue terre poiché, per
rispettare un giuramento, voleva recarsi alla crociata in
Palestina, offrendole per antico diritto di prelazione al vescovo
di Brescia, che però, in notevoli ristrettezze economiche si vide
costretto a rifiutare l'offerta. Allora il Brusati, in necessità
di denaro, si rivolse al Comune di Bergamo che, in breve tempo,
concluse l'affare. Questa vendita, che allargava di molto il
potere territoriale e l'influenza politico commerciale dei
bergamaschi verso la Valle Camonica e dunque verso le terre
bresciane del Sebino, fu subito contestata dal vescovo di Brescia
che si sentì obbligato a intervenire direttamente con le armi in
nome del "diritto antico e della rappresaglia". A sua volta
Bergamo inviò truppe sul posto e gli scontri, inevitabili, furono
violenti e sanguinosi ma non portarono esito alcuno o vantaggio di
parte e proseguirono, con alterne vicende, per quasi 30 anni, fino
al 1154. Fu in quell'anno che la contesa sembrò risolta, almeno
ufficialmente e sulla carta, da un editto dell'imperatore
Federico Barbarossa
che, sentite le parti in causa, emise
una sentenza favorevole alla curia di Brescia. Rientrato il
Barbarossa in Germania, per sedare una delle tante rivolte della
sua irrequieta nobiltà teutonica, nell'anno seguente, i
bergamaschi, confutando l'ordinanza imperiale, ripresero le
ostilità con piccoli scontri e scaramucce finchè, nel 1156, i due
schieramenti opposti si scontrarono in campo aperto in una
battaglia che si svolse nei pressi dei castelli di Pontoglio e di
Palosco.
Malgrado fossero state le truppe bergamasche ad attaccare per
prime, sentendosi superiori per numero, la vittoria alla fine fu
delle truppe vescovili Bresciane che sbaragliarono quelle comunali
di Bergamo: da questi venne chiesta una tregua e si giunse così
alla stipula di un accordo di sospensione delle ostilità e alla
successiva pace di Palazzolo. Sconfitti sul campo e pesantemente
penalizzati dalle clausole di cessioni territoriali nelle
trattative, i Bergamaschi mutata anche la situazione politica
generale in tutto il nord Italia e cambiate le alleanze con
l'impero germanico, pensarono, loro volta, di rivolgersi
direttamente al Barbarossa, mantenendo contemporaneamente in armi
il proprio esercito, malgrado il trattato di pace, che avevano
dovuto sottoscrivere dopo la sconfitta, lo vietasse
esplicitamente. Questa volta l'imperatore, per sua opportunità
politica, accettò di sostenere i diritti di
Bergamo che vennero imposti e resi effettivi ed operativi
(sulla carta) nel 1158 alla seconda Dieta di Roncaglia. I
bresciani intanto, ben informati delle trattative tra gli
ambasciatori di Bergamo e l'imperatore, certi che lo stesso
Barbarossa avesse già maturato l'idea di modificare la sua
precedente sentenza, si erano rivolti all'altra somma autorità
(anche temporale) di allora: papa Adriano IV che, per
contrapposizione alla crescente invadenza politica del monarca
tedesco sul suolo italiano, divenne uno strenuo sostenitore dei
diritti dei bresciani. Ben sapendo che in gioco, tra papato e
impero, vi erano interessi ben maggiori delle semplici diatribe
sulle terre di Volpino e che le dispute e i cavilli legali
discussi nei tribunali dell'impero non avrebbero dato alcun esito
favorevole alle loro rivendicazioni, i Bresciani pensarono di
agire in proprio e fortificarono le difese e le mura del castello
di Volpino. Fu una operazione certamente opportuna, ma che risultò
completamente inutile, poiché i Bergamaschi, con un ardito colpo
di mano conquistarono la rocca nel 1162, alleandosi anche di fatto
sul campo di battaglia alle truppe del Barbarossa che era
impegnato nella cruenta lotta contro Milano (e altre città
lombarde) e che voleva avere le spalle ben sicure e protette.
Essendo Brescia (nemica storica di Bergamo) alleata di Milano, il
Barbarossa cercò di colpirla direttamente nel suo territorio. Le
truppe germaniche e quelle bergamasche piombarono sulla piazza di
Iseo, la conquistarono e la saccheggiarono. Il colpo fu duro e
pesante per Brescia poiché Iseo era, in quel momento politico, il
più importante centro commerciale ed era il principale nodo di
transito e scambio tra le zone di influenza bergamasca e
bresciana. Le operazioni militari
dell'esercito imperiale non si fermarono sul basso Sebino e,
consigliato dagli stessi bergamaschi il Barbarossa li favorì
ulteriormente nelle loro rivendicazioni territoriali sulla sponda
nord del lago d'Iseo. Dalle terre di Volpino l'imperatore risalì
la Valle Camonica e pose in stato di assedio e distrusse il famoso
castello di Pedena che sorgeva presso Cemmo. La roccaforte
apparteneva ed era difesa da un nutrito gruppo di sostenitori
guelfi fedeli a Brescia. Di questa potente rocca (e di molti alti
castellieri di cui era disseminata tutta la valle) da allora se ne
sono perse quasi completamente le tracce. Raso al suolo il
castello, trucidati i suoi occupanti, il Barbarossa, con questo
sanguinoso gesto di forza, nel cuore della terra bresciana, intese
dare un chiaro, forte e inequivocabile esempio del suo potere
anche in valle. Federico Barbarossa emise quindi una "imperiale"
cioè una ordinanza che aveva effetto immediato in cui imponeva
sudditanza totale alle terre comprese tra Lovere e Gorzone a
Federico Brusati-Mozzi, nobile di origine bergamasca, da cui
deriverebbero poi i vari rami della casata dei Federici di Valle
Camonica. I Camuni (tutto sommato già tendenzialmente filo
imperiali per l'atavica avversione a Brescia) passarono sotto il
diretto controllo imperiale e per questo vassallaggio ottennero,
nel 1164, un diploma nel quale il Barbarossa offriva la sua
diretta "alta protezione" alla Valle Camonica, creando cosi la
"Comunità Camuna". Con questo editto la Valle veniva affrancata da
ogni forma di assoggettamento civile ed ecclesiastico dovuto alle
curie di Brescia o di
Bergamo, venivano concesse alcune
libertà, come quella di eleggere i propri consoli, purchè questi
rimanessero fedeli, con solenne giuramento, all'imperatore e solo
a lui, o a un suo legato che avesse ricevuto la sua diretta
investitura. Ma la "protezione" e i "favori" del Barbarossa
durarono poco: nella nuova situazione politica che era maturata in
seguito alla formazione della Lega Lombarda, la Valle Camonica,
visto che le promesse imperiali non si erano concretizzate, si
schierò sulle posizioni dei Comuni e contro l'impero. La
famosissima vittoria di Legnano nel 1176 portò alle trattative di
pace che vennero discusse a Costanza nel 1183: nei vari
"capitolati" furono salvaguardate le libertà comunali contro la
prepotenza imperiale, con espresso riferimento anche a quelle
della Valle Camonica. Chiusa con la pace di Costanza la lotta dei
Comuni lombardi contro il Barbarossa, si riaccesero immediatamente
le liti, le rivalità, gli scontri e le beghe tra
Bergamo e Brescia per il possesso di
Sarnico e Caleppio (sulla sponda sud ovest del basso Sebino),
nonchè delle solite terre di Volpino, sulla sponda nord. Vi furono
ancora alcuni scontri e varie scaramucce, con morti e distruzioni,
fino alla battaglia di Rudiano che fu combattuta sabato 7 luglio
1191. Ancora una volta la vittoria fu delle armi Bresciane che,
questa volta, ebbero anche l'importante appoggio di molti armati
provenienti dalla Valle Camonica. Rudiano era un località nei
pressi di Cividate al Piano e per attraversare l'Oglio fu gettato,
dalle truppe bergamasche aiutate da quelle cremonesi, un ponte su
cui le schiere avrebbero dovuto passare per cogliere di sorpresa i
bresciani. Così non fu e le truppe di Brescia avvisate delle
manovre dei nemici sconfissero gli avversari che, fuggendo
disordinatamente, si ammassarono sul piccolo ponte che cedette: e
nelle profonde acque dell'Oglio precipitarono molti uomuni armati
con le pesanti corazze, cavalli e carriaggi.
Fu una strage a cui assistette e partecipò
direttamente anche Obizio da Niardo che si trovava sul ponte al
momento del crollo mentre inseguiva gli sconfitti. Obizio rimase
intrappolato tra le travi semi sommerse dall'acqua e per lungo
tempo chiamò aiuto senza che nessuno lo sentisse. Alla fine,
stremato si assopì e intriso della mistica religione del tempo
sognò di scendere all'inferno e di vedere cose orrende. Tratto in
salvo da alcuni amici, Obizio frastornato dalla vicenda, tornò a
casa e chiese alla moglie, la contessa Triglissenda e ai suoi
quattro figli, di liberarlo da ogni vincolo familiare e donata ai
poveri gran parte delle sue rilevanti sostanze, lasciata al comune
di Breno una ingente somma per la costruzione di un solido ponte
sull'Oglio (il famoso ponte Minerva a sud di Breno che tanta
importanza, anche politica, ebbe in seguito nelle vicende camune)
si ritirò nel monastero di Santa Giulia a Brescia. Ma anche la
vittoria di Rudiano non bastò a risolvere, una volta per tutte,
l'annosa questione.
L'anno seguente un editto di Enrico VI, che era
succeduto al Barbarossa, morto in oriente, definì i confini del
territorio bresciano assegnando definitivamente Volpino a Brescia
mentre Sarnico e Caleppio furono posti sotto Bergamo. La Valle
Camonica venne posta sotto "l'alto patronato" di Brescia, dalla
quale mantenne però una certa autonomia amministrativa e
indipendenza fiscale.
Questa situazione politica e territoriale
favorì il gioco dei feudatari locali che, divisi in guelfi (filo-bresciani)
e ghibellini (indipendentisti e legati politicamente e con
vassallaggio all'impero), cominciarono a battersi aspramente per
il predominio in valle, cercando di guadagnare alla loro causa il
favore popolare con alcune concessioni, come attestano gli accordi
di Pisogne nel 1195 e di Montecchio nel 1200. Le due fazioni
divisero le grandi famiglie dalla valle in due netti schieramenti
che in modo sanguinoso si scontrarono direttamente in varie
occasioni.
Tra i Guelfi, molto radicati nella
media Valle Camonica, erano annoverate le più antiche famiglie
nobiliari camune di origine bresciana: i Nobili di Lozio, i Lupi e
Camozzi di Borno, i Beccagutti di Esine, gli Antonelli di Cimbergo,
i Magnoni a Malonno, i Ronchi e gli Alberzoni di Breno, i Palazzo
e i Sala di Cividate, i Griffi a Losine, i Pellegrini e i Bottelli
a Grevo mentre i Ghibellini erano rappresentati specialmente dai
vari rami in cui si era divisa la prolifica e potente famiglia dei
Federici che avevano, in poco tempo, "piazzato" propri
appartenenti nei principali paesi e castelli della bassa e alta
Valle Camonica: a Montecchio, Erbanno, Gorzone, Artogne, Volpino,
Vezza e Mù.
La più attiva
in questo scontro politico fu proprio la fazione ghibellina, che
guidata da alcuni dei più imporatnti dei Federici, ben presto
riuscì ad ottenere una prevalente posizione di potere,
contrastando l'azione politica del Vescovo bresciano che invece
tendeva a consolidare i numerosi privilegi ecclesiastici in Valle.
La situazione generale di particolare instabilità, di rifiuto di
assoggettarsi ai delegati curiali, fece si che la stessa Curia di
Brescia dovette intervenire direttamente assicurando la sua
presenza in valle con la forza non del crocefisso ma delle armi
(cosa che molte volte, senza nessun scandalo, si sovrapponeva). A
Montecchio, uno dei centri allora più ricchi dell'intera Valle
Camonica, tanto che erano presenti ben 6 chiese e molte abitazioni
avevano il tetto ricoperto da tegole o coppi o lastre di pietra
invece che (come allora era uso ovunque) con paglia. Montecchio
era strategicamente importante anche per il ponte che attraversava
l'Oglio e per il castello sul Monticolo: qui fu sanguinosamente
domata una rivolta di nobili camuni. Dal 1248 il vescovo, non
fidandosi a delegare in loco le principali cariche civili e
militari (oltre a quelle religiose) nominò direttamente un suo
rappresentante a reggere, in qualità e con la nomina di Sindaco,
quel comune molto importante poiché, comprendendo Darfo, Corna e
Gianico, costituiva la porta d'accesso all'intera Valle Camonica e
alla confinante e collegata Val di Scalve. Le imposizioni, le
tasse, i balzelli, le prebende e le pretese di Brescia sulla Valle
Camonica segnarono però l'inizio di una lunga serie di aperte
lamentele che ben presto si trasformarono in forte ostilità e in
una serie di cruente ribellioni che portarono ad altri lutti e
vendette.
Il culmine della lotta armata fu nel 1288
quando i Ghibellini camuni, guidati da numerosi rappresentanti e
famigli delle due casate più importanti della valle: i Federici e
i Celèri, fecero strage dei guelfi di Pisogne, inseguendo i
superstiti fino al castello degli Oldofredi di Iseo, aperti
sostenitori del vescovo di Brescia e degli interessi di quella
curia. Brescia rispose immediatamente alla disfatta mettendo al
bando gli aggressori. Questi però, al sicuro nelle loro case
fortificate, nei loro castelli e appoggiati dalla popolazione
locale nonché facilitati, nella difesa delle loro postazioni,
dall'asprezza naturale della valle, continuarono indisturbati le
loro rappresaglie, dimostrando come il Comune e la Curia bresciani
fossero impotenti a domare la rivolta con la sola forza delle
proprie armi e delle scomuniche. La lotta durò ancora una volta a
lungo con vari scontri armati che nulla risolsero e allora si
dovette ricorrere ad un arbitraggio, ma, diffidando, entrambe le
parti, sia dei delegati imperiali sia dei nunzi indicati dal
papato venne, di comune accordo, accettato come giudice il signore
di Milano Matteo I Visconti che, nel 1291, compose
salomonicamente la vertenza accogliendo in parte le richieste dei
Federici e dei loro alleati nominando un podestà per la Valle
Camonica.
Con questo diretto intervento del Visconti, nelle vicende
interne della Valle Camonica, si erano poste tutte le premesse per
la futura conquista e occupazione della valle da parte del duca di
Milano. Prima però si dovette assistere ad una nuova rivolta dei
Camuni contro Brescia. In città, dopo un breve periodo di lotte
intestine tra le famiglie più in vista e più importanti, il
vescovo-principe Berardo Maggi era riuscito a riunire nelle sue
mani sia il potere politico che quello religioso. Era divenuto
dunque il vero e incontrastato signore di una Brescia pacificata
sotto il Vangelo ma specialmente sotto la paura delle sue armi. Il
potere vescovile venne subito esteso e reso effettivo anche alle
periferiche tumultuose e irrequiete terre del contado e della
provincia. Una delle prime azioni politico-militari di questo
vescovo-principe fu di rinforzare in Valle Camonica la parte
guelfa, a lui nettamente favorevole. Procedette a nuove
investiture e alla concessione di privilegi a chi, appoggiandosi a
Brescia, per interesse o invidia, non sopportava il peso dei
signorotti ghibellini che avevano avuto altri privilegi
dall'arbitrato milanese. Forse per questa esclusione, da nuovi
vantaggi economici e politici, che immediata e violenta fu la
reazione del partito dei Federici, rimasti fuori, per la loro
vicinanza alla signoria di Milano, dalle varie nuove nomine e
prebende bresciane: nel 1301 ricomparvero in molti paesi della
valle degli uomini armati e pronti a combattere contro le truppe
del vescovo di Brescia. La repressione ordinata dal Maggi fu
rapida, ma, pur violenta, sanguinaria e volutamente radicale non
fu sufficiente a distruggere totalmente i ghibellini camuni e
sebini ma contribuì a indebolirne momentaneamente il loro potere
locale. Per alcuni anni la situazione rimase abbastanza stabile e
fossilizzata ma, sotto una apparenza di normalizzazione covava
forte e non sopito fermento e una diffusa fronda nei confronti
dell'invadenza e della rapacità bresciana. Per complicare
ulteriormente una situazione già di per se ingarbugliata i
Ghibellini camuni, in difficoltà militare e politica, appena le
condizioni lo permisero, chiesero aiuto ad Arrigo VII che nel 1311
era sceso a Milano per esservi incoronato re. Questi, per
avversione al papato e ai vescovi-principi, riconfermò alla Valle
Camonica le concessioni già fatte dal Barbarossa nel 1164, ne
ribadì l'indipendenza da Brescia, ne assunse la "diretta e alta"
protezione ed inviò in valle un suo rappresentante. Fu dall'anno
successivo (1312), con le varie nomine imperiali ai signori e
duchi d'Italia fedeli ad Arrigo, che cominciò ad estendersi anche
sul territorio bresciano (e sulle sue valli) il potere di
Cangrande della Scala, nominato Vicario Imperiale dallo stesso
Arrigo VII.
I ghibellini camuni, sempre pronti ad allearsi con chiunque
fosse disposto a contrastare i poteri bresciani, favorirono il
disegno politico di espansione territoriale di Cangrande e nel
1319 un podestà di valle, nominato dal signore di Verona,
pronunciò una prima sentenza in nome suo. Era il riconoscimento
ufficiale che il Vicario imperiale era di fatto il nuovo padrone.
Per dimostrare la comunanza (anche con matrimoni e accordi
commerciali) tra i Federici e Cangrande lo stemma scaligero fu
scolpito accanto a quello dei Federici sul portale del castello di
Gorzone. Per un ventennio la situazione rimase abbastanza stabile
ma decisamente più debole dovette essere, sulla Valle Camonica, il
potere di Mastino della Scala, dato che nel 1337 il
Consiglio di Valle, non volendo più essere assoggettato al signore
Veronese, mandò ambasciatori a Milano, ad Azzone Visconti, per
sollecitarne la protezione.
Nel frattempo era succeduto ad Azzone Bernabò, che si era
diviso la vasta signoria viscontea con gli altri nipoti di Azzone
Matteo II e Galeazzo II, favorì nuovamente, con un decreto del
1339, l'autonomia della valle (e di altre zone) rispetto a
Brescia, e così riuscì, come era nelle sue intenzioni, a
controllare e dominare meglio, anche con le sue truppe, le varie
fazioni in lotta nell'intera Lombardia orientale che voleva
sottomettere e aggregare alle sue terre, sottraendole alla
influenza dei signori veronesi. La Valle Camonica divenne così di
fatto parte integrante del ducato di Milano tanto che nel 1354,
per diritto di successione, venne assegnata proprio a Bernabò
Visconti, colui che nel 1340 l'aveva completamente assoggettata,
con le armi, alla dominazione viscontea. Non tutto però era
pacificato e le varie fazioni locali erano sempre in aperto
contrasto violento tra loro, tanto che nel 1361, Bernabò dovette
mandare in Valle altre sue truppe per spegnere una rivolta
attizzata dai Guelfi camuni che, malgrado il continuo appoggio di
Brescia, non erano più riusciti ad affermare e allargare il
proprio potere.
Ancora una volta, anche se da armi
diverse, la repressione fu durissima e molte furono le vittime
giustiziate in questa ennesima "stabilizzazione". Ma fu per poco:
con miglior fortuna, ma con scarsi risultati sul piano politico, i
rivoltosi ritentarono la sorte ribellandosi prima nel 1373, e poi
nel 1378. Molto sangue camuno rese rosse le terre di molte
contrade, ma finalmente si giunse ad una tregua fra guelfi e
ghibellini. La cessazione delle ostilità fu trattata nel castello
di Cimbergo, il 12 marzo 1378, su istanza e dietro le insistenze
dello stesso Bernabò. Ma anche questa tregua non durò che due
mesi: poi altre lotte, faide, vendette, scorribande che erano
regolarmente seguite da altre inutili pacificazioni, travagliarono
la valle negli ultimi decenni di quel triste e violento secolo.
Viste dunque inutili le varie trattative e i numerosi ordini che
Milano imponeva e che nessuno eseguiva, per pacificare le fazioni
in lotta venne concordato un incontro solenne: la data fu fissata
per il 31 dicembre 1397 sul famoso ponte Minerva a Breno. Al
centro del ponte, paludati negli abiti solenni delle grandi
occasioni si posero i rappresentanti del duca di Milano e il
Podestà di Valle Giacomo Malspina. Sulla sponda destra dell'Oglio,
all'imboccatura del ponte, presero posto i guelfi alla cui testa
era Baroncino Nobili di Lozio, al suo fianco si posero i
rappresentanti delle comunità e dei comuni guelfi della valle:
Borno, Lozio, Prestine, Breno, Niardo, Braone, Losine, Cimbergo,
Ceto, Grevo, Cevo e Saviore. Sulla sponda sinistra erano invece
riuniti i nobili ghibellini (quasi tutti della famiglia Federici)
e i rappresentanti delle comunità che appoggiavano questa fazione:
Erbanno, Gorzone, Angolo, Esine, Malegno, Cividate, Berzo (per la
bassa valle) e Cerveno, Sonico, Incudine, Monno, Edolo, Corteno,
Mù, Vezza, Vione e Dallegno (per l'alta valle). Tutti erano
profondamente compresi nel loro compito e tutti erano vestiti con
abiti sontuosi e degni della solenne circostanza, le armi lunghe e
i pugnali erano banditi e solo le guardie del podestà portavano le
picche da parata. Dopo le preghiere propiziatorie, le benedizioni,
le incoronazioni e le presentazioni di rito iniziò un lungo e
prosaico dibattito che comunque si risolse in un "solennissimo
accordo" in cui tutti giurarono una "stabile e perfetta concordia
e pace", si giurò altresì, dalle due parti, di restituire "ai
veri" proprietari le terre e i beni rubati e vennero chiamati a
supremi garanti del giuramento il Vangelo e le Sacre Scritture. Un
capitolo a parte prevedeva il giuramento e la promessa di
"licenziare tutte le bande armate" e di radere al suolo e non più
ricostruire i fortilizi atti a nascondere e ospitare armati. Tutti
apposero le loro firme, i loro sigilli o le loro sigle e tutti
ri-giurarono fedeltà al patto: era stata siglata la "Pace di
Breno" detta anche "l'accordo del ponte Minerva".
Nel 1403 morì Gian Galeazzo Visconti e i suoi
successori ripresero ad appoggiare apertamente le ambizioni dei
ghibellini Federici. Nel 1404 Gian Maria Visconti, nuovo duca di
Milano, infeudò Brescia e la Valle Camonica a Giovanni Piccinino
Visconti. Questa mossa politica fu messa in atto per contrastare
il crescente potere di Pandolfo Malatesta, che era stato infeudato
dagli stessi Visconti come signore di Brescia, ma che poi si era
reso indipendente e era divenuto un temibile avversario degli
stessi duchi di Milano. Approfittando della estrema confusione che
regnava nelle terre bresciane, le fazioni camune in lotta per il
predominio della valle, si appoggiarono ai Visconti per la parte
ghibellina e al Malatesta per la parte guelfa.
Un significativo esempio dell'asprezza di queste lotte si ebbe
nella notte di Natale del 1409, quando molti armati guidati da
Giovanni Federici di Mù sterminarono tutti i componenti della
famiglia dei Nobili di Lozio, compreso il famoso Baroncino, capo
della parte guelfa. Della potente, rapace e avventurosa famiglia
dei Nobili che, fino ad allora, aveva avuto una grande influenza
politica ed economica nella media valle, non rimasero che due
ragazzi che, al momento della strage, non erano nel castello
avito, ma si trovavano per studi a Bergamo e a Brescia. Da allora
i Nobili di Lozio scomparvero dai vertici della vita politica
della Valle Camonica. La notizia della strage di Lozio giunse fino
a Milano e a Brescia e, approfittando dello sdegno di questo
eccidio Pandolfo Malatesta, proseguendo nei suoi piani di
conquista della Valle Camonica, fece affluire delle sue truppe in
alcune rocche della valle.
Saldamente attestato in alcune terre e castelli a lui fedeli,
il Malatesta, spalleggiato direttamente da Venezia, che aveva
allargato la sua espansione territoriale e di influenza politica
verso ovest raggiungendo le coste del lago di Garda, sembrò in un
primo tempo avere la meglio sulle schiere milanesi. La lotta,
sempre molto accesa e violenta, rimase incerta fino al 1419
quando, per diretto intervento delle truppe ducali di Milano,
allora guidate dal Carmagnola, la Valle Camonica ritornò
nell'orbita del potere dei Visconti. Ma il rafforzato potere
visconteo in valle fu di breve durata. Venezia, nelle sue campagne
di conquista sulla terraferma, entrò in po ssesso anche
delle terre bresciane. Nel 1426 infatti conquistò Brescia e, nel
1427, inviò truppe in valle al comando di Giacomo Barbarigo che
acquisì a Venezia la maggior parte del territorio camuno assumendo
anche la carica di Capitano di Valle Camonica.
Mauro Fiora
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