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Il presente materiale è stato creato dall'esperto valorizzatore della nostra Storia Locale: "Mauro Fiora" mf@intercam.it
che ne ha concesso gentilmente la pubblicazione su questo sito.

 

"Medioevo"



Il 476 d.C. è una data particolarmente significativa nella storia del mondo occidentale: a questa è, infatti, fissato il crollo ufficiale e la completa disgregazione dell'organizzazione statale dell'Impero Romano d'Occidente. Fu un processo abbastanza veloce nelle sue fasi finali ma era già iniziato da almeno 150 anni con le varie, sanguinose e profonde crisi interne e con le varie lotte per il potere che devastarono e resero instabili i più alti vertici del più vasto e organizzato Impero che la storia aveva visto prosperare fino a qual momento. In questa data si pone anche, logicamente, la fine ufficiale della dominazione romana in Valle Camonica. In brevissimo tempo tutta la complessa struttura verticistica e organizzativa dell'Impero, che era durata (anche se più volte modificata) per quasi 500 anni, i suoi scambi e i suoi anche profondi vincoli socio economici si dissolsero. Nel nord Italia già sotto il re Odoacre (476-493) e la possente invasione dei Goti la concezione dello Stato (inteso come una struttura statale centralistica) venne disgregata e distrutta e ridivenne quella, antichissima (che forse era stata già alla base dell'antica società del popolo dei Camuni e più in generale dei Reti nelle valli alpine), di un organismo familiare-tribale con forti legami di stirpe, di sangue e fondata sulle consuetudini con le conquiste dei popoli che giungevano dalle lontane terre del nord/est. Veniva imposto, con la forza, l'ideale nordico e barbarico della vita, quello considerato, da sempre, ordine fondamentale delle regole sociali nel mondo dei Germani che, spazzando via l'universo romano, si affermò con viruenza inaudita nelle terre conquistate e sottomesse.
Come nelle altre vallate alpine o in molte zone decentrate rispetto ai grandi flussi migratori, le varie strutture sociali in Valle Camonica si mantennero parzialmente in vita solo aggrappandosi agli usi e ai costumi dei luoghi di origine che, come abbiamo già avuto modo di sottolineare, avevano avuto forti influenze dallo stile di vita dell'impero. Un poco alla volta le popolazioni, senza le direttive e le leggi centraliste a cui erano ormai soggette da secoli, si diedero, forzatamente e autonomamente, delle forme di governo locale che ricalcavano in parte il mondo e gli stati sociali di quei popoli nordici che, transitando lungo le strade romane, lasciavano dietro di se distruzione, morte, carestia, schiavitù e anche un modo di vivere, essere, pensare e valutare la vita che poco avevano a che fare con quello stile greco-romano che era stato alla base della società Europea e Mediterranea degli ultimi secoli.
Anche la Valle Camonica vide, in breve tempo, sconvolta la propria organizzazione economica. In alcune plaghe o paesi, che avevano più di altri subìto e accolto a fondo la colonizzazione romana (di solito quelli più prossimi o a cavallo della via Valeriana, che fungeva da collegamento e linfa vitale per scambi e movimenti) il trauma fu pesantissimo. Tutta la struttura socio-economica locale venne azzerata poiché si era basata, fino alla decadenza e al disfacimento socio-politico dell'Impero Romano, su di una economia primaria mista di pastorizia, coltivazione (non molto estensiva) del suolo, estrazione e battitura del ferro e delle ferrarezze e lavorazione della lana che portavano regolarmente a contatti e scambi frequenti con le altre provincie e regioni. Rimase ancora a lungo (e non poteva essere diversamente) però il ricordo della dominazione romana. La toponomastica valligiana rileva alcuni interessanti contatti con l'impero dissolto, come nell'antica frazione di Corna di Darfo dove la contrada dei "Massi" (dove questo autore ha vissuto per un decennio), rende ancora oggi testimonianza che, forse ancora nella prima età barbarica, qualcosa dell'antica consolidata organizzazione romana della proprietà e del lavoro delle terre era rimasto: "massae", in età romana, erano, infatti, chiamati gli insiemi di domini rurali, le ville con latifondi che nel successivo periodo longobardo prenderanno il nome di corti e talora anche di "domus cultae". Fanno fede di ciò le denominazioni Corti di Rogno o Corteno ed altri borghi e frazioni che portano ancora oggi la traccia profonda di questa trasformazione nel loro nome. Odoacre, che ebbe una importanza fondamentale per affermare la supremazia di questi concetti barbarici sullo Jus Romano, creò in Italia uno Stato che in pratica non aveva alcun fondamento di diritto: erano in vigore solo gli usi, le costumanze, le leggi ancestrali e di maniera di un popolo dominato dalla classe dei guerrieri, che facevano della forza fisica la basilare sostanza della giustizia. Questa situazione, che, di fatto, si generalizzò immediatamente nelle terre sottoposte alla conquista dei Goti, era fondamentalmente estranea alle tradizioni che avevano regolato, fino allora, la vita sociale ed economica delle Genti al di qua delle Alpi e che più di altre avevano "avanzato" le culture romane. Unico appiglio a quel mondo che andava velocemente a scomparire e che restava ancora come esempio tradizionale di società organizzata, rimaneva solo l'aggregazione attorno a ciò che rimaneva delle antiche curie romane o attorno alle figure dei vescovi o dei sacerdoti, unici riferimenti che si potevano contrapporre a quelli del guerriero e del combattente. L'organizzazione plurisecolare romana che si basava quasi ovunque (fuori dalla grandi città) in "pagi" e "massae" fu comunque cancellata completamente dalle incontenibili, periodiche e ricorrenti invasioni dei popoli del nord Europa. I contraccolpi (specie sulle non particolarmente forti società montane) furono radicali: nelle zone periferiche, come la Valle Camonica, in pratica le strutture di base della società, si dissolsero e semplicemente scomparvero nella loro funzione economica e nella loro organizzazione del lavoro e nel loro pur semplice sistema sociale. Senza organizzazione centralizzata e senza linee precise di una qualsiasi struttura statale organizzata e gestita da regole precise e riconosciute, in breve tempo, si tornò ad una sorta di economia primitiva nella quale predominava la pastorizia. Nel 568, un altro popolo guerriero, proveniente dalle fredde e inospitali lande del centro Europa, si affacciò alle calde e ubertose terre italiche: i Longobardi. Questi forti guerrieri, nella loro travolgente calata in Italia, conquistarono anche Brescia e tutto il suo territorio. Il loro sistema sociale, copiato in gran parte da quelli in vigore nelle varie terre che, nella loro invasione, avevano attraversato (per questo erano comuni nomi anche di derivazione nordica o latina), venne imposto sulle terre conquistate e la Valle Camonica venne infeudata al Duca Longobardo ed all'antico Monastero di San Salvatore di Brescia. La situazione generale delle popolazioni valligiane non migliorò certo anche perché rispetto alla precedente dominazione romana, la conquista longobarda fece registrare su tutto l'arco alpino una pesante involuzione politico-economica-sociale che ridusse il tenore di vita alla pura sussistenza. In breve vennero quasi completamente abbandonate le lavorazioni del ferro e della lana da esportazione, il commercio a causa della mancanza di rapporti tra le varie valli e le cittàsubì un drastico e continuo rallentamento tanto da scomparire quasi completamente e il baratto in natura ridivenne la consuetudine nei rapporti economico-politici: per più di due secoli la valle (come le altre valli) rimase isolata dal mondo esterno e racchiusa tra le proprie montagne.

Gli scambi, sia economici che culturali, erano ridottissimi (anche all'interno della stessa valle) e solo la presenza, se non pur molto radicata, di una fede cristiana comune, dava una certa continuità al territorio camuno. Prevalevano comunque l'isolamento e i piccoli localismi che si esprimevano negli sparsi agglomerati di casupole o catapecchie o nei rustici pievatici intorno a cui si stringevano borghi o castellatici abitati da pochi e inselvatichiti Camuni.
Dopo 200 anni di dominazione Longobarda la Valle Camonica fu occupata, nel 764, dalle truppe dei Franchi di Carlo Magno che ottenne un vittoria sugli stati Longobardi sulle pendici del Mortirolo (in alta Valle). La tradizione locale (forse infondata) voleva che lo stesso Carlo fosse alla testa delle sue schiere anche nella conquista del castello di Breno e nell'assedio delle altre numerose rocche Longobarde disseminate nei punti strategici e di transito forzato nella vallata dell'Oglio. Dieci anni dopo la sua passata, nel 774, lo stesso re franco affidò la valle, come feudo, al ricchissimo e potente Monastero francese di San Martino di Tours. I privilegi di questo grande monastero durarono incontrastati sull'intera Valle Camonica (e su altri vastissimi territori in tutto il nord Italia) e più volte vennero riaffermati dai successori di Carlo, fino all'anno 837. In quell'anno, poco tempo dopo la morte di Carlo, si erano già rapidamente indebolite le strutture centraliste del suo vasto ma composito Impero e i suoi successori diretti e i grandi feudatari avevano di fatto già dissolto il Sacro Romano Impero in tanti piccoli regni, ducati, contee e marchesati, quando, in seguito ad un contrasto politico-religioso-territoriale tra Ludovico il Pio (protettore dell'abbazia di Tours) e Lotario, alcuni possedimenti camuni vennero rivendicati da quest'ultimo al Monastero di San Salvatore di Brescia. La diatriba continuò a lungo e solo cinquant'anni dopo, nell'887, Carlo il Grosso riconfermò a San Martino di Tours il possesso, i privilegi e l'infeudamento sulla Valle Camonica. Tale conferma fu poi rinnovata, il secolo dopo, alle soglie del temuto anno 1000, da Ottone III: era il 998.

Ma ormai il dominio della potente e ricchissima abbazia francese sulla valle stava per terminare, sia per la lontananza geografica, sia perché gli inviati del monastero erano divenuti e delegati essi stessi "camuni" a tutti gli effetti, sia perché i rapporti tra i vari monasteri satelliti sorti nelle terre date in feudo e la casa madre si erano, poco per volta, resi aleatori e poi completamente spezzati. Dunque il controllo diretto dalla lontana terra di Francia, era andato progressivamente diluendosi e poi estinguendosi e questo stato di fatto tornava logicamente a tutto vantaggio del Vescovo di Brescia, massima autorità politico-religiosa, che raccolse totalmente l'importante eredità dell'infeudamento carolingio, divenendo, con questo, l'arbitro delle accese contese e il dispensatore, fra le più ricche famiglie bresciane, delle investiture nei numerosi feudi camuni. In questa lotta prevalse, per un certo tempo, l'antica e potente famiglia bresciana dei Martinengo che ottenne, dallo stesso vescovo, vasti possedimenti in valle. Non essendoci comunque una forte struttura centrale a cui fare riferimento diretto, la situazione politica rimase piuttosto fluida e ingarbugliata per secoli, sempre aperta a nuovi contrasti, a faide, a rivendicazioni, a vendette, a soprusi e a sopraffazioni che, a volte, degeneravano in vera e propria guerra aperta.
Innumerevoli furono gli episodi, che potrebbero essere raccontati e che numerosi autori di storia locale hanno riportato. Si trattava di continui scontri, anche sanguinosi, tra le più antiche e ricche famiglie camuno-sebine, che si appoggiavano di volta in volta, a seconda delle proprie necessità e interessi, a qualche potente (imperatore, papa, duca, vescovo o principe) facendolo intervenire anche direttamente. Oltre agli innumerevoli "scontri" a Borno (con gli Scalvini), a Erbanno, Esine, Breno, Edolo, Cemmo, Paspardo, Mù, Vezza, Malonno, Bienno, Lozio, Angolo, ecc., forse la vicenda più significativa è quella che si riferisce alla lunghissima e cruenta questione per il possesso del feudo di Volpino posto a cavallo della riva nord del lago d'Iseo e all'imbocco della Valle Camonica. Da semplice questione ereditaria tra famiglie (imparentate tra loro) divenne una lunga e sanguinosa guerra tra potenti città e grandi feudi con l'intervento addirittura dell'impero e del papato, di eserciti e flottiglie lacustri, di cavalieri e santi. Le terre di Volpino avevano anche una particolare importanza strategica e militare, che andava ben oltre il puro possesso territoriale. La sua collocazione geografica e dunque la possibilità di controllare con le sue rocche e ponti i commerci e gli scambi la facevano di fatto la porta di accesso da sud all'intera Valle Camonica e alle sue importanti vie di transito per la Val Tellina e il centro Europa . La storia della "questione" di Volpino era nata a seguito delle continue discordie tra l'antichissima famiglia di Giovanni Brusati, feudatario di Volpino, Qualino e Ceratello, politicamente e tradizionalmente appoggiata e legata a Brescia e al suo vescovo principe e la confinante (e consanguinea: erano cugini !) famiglia di Gislinzone Mozzi, spalleggiata e protetta dal comune di Bergamo e dalle famose famiglie bergamasche dei Colleoni e dei Ficeni. Nel 1126 Giovanni Brusati decise di vendere la sue terre poiché, per rispettare un giuramento, voleva recarsi alla crociata in Palestina, offrendole per antico diritto di prelazione al vescovo di Brescia, che però, in notevoli ristrettezze economiche si vide costretto a rifiutare l'offerta. Allora il Brusati, in necessità di denaro, si rivolse al Comune di Bergamo che, in breve tempo, concluse l'affare. Questa vendita, che allargava di molto il potere territoriale e l'influenza politico commerciale dei bergamaschi verso la Valle Camonica e dunque verso le terre bresciane del Sebino, fu subito contestata dal vescovo di Brescia che si sentì obbligato a intervenire direttamente con le armi in nome del "diritto antico e della rappresaglia". A sua volta Bergamo inviò truppe sul posto e gli scontri, inevitabili, furono violenti e sanguinosi ma non portarono esito alcuno o vantaggio di parte e proseguirono, con alterne vicende, per quasi 30 anni, fino al 1154. Fu in quell'anno che la contesa sembrò risolta, almeno ufficialmente e sulla carta, da un editto dell'imperatore Federico Barbarossa
che, sentite le parti in causa, emise una sentenza favorevole alla curia di Brescia. Rientrato il Barbarossa in Germania, per sedare una delle tante rivolte della sua irrequieta nobiltà teutonica, nell'anno seguente, i bergamaschi, confutando l'ordinanza imperiale, ripresero le ostilità con piccoli scontri e scaramucce finchè, nel 1156, i due schieramenti opposti si scontrarono in campo aperto in una battaglia che si svolse nei pressi dei castelli di Pontoglio e di Palosco.

Malgrado fossero state le truppe bergamasche ad attaccare per prime, sentendosi superiori per numero, la vittoria alla fine fu delle truppe vescovili Bresciane che sbaragliarono quelle comunali di Bergamo: da questi venne chiesta una tregua e si giunse così alla stipula di un accordo di sospensione delle ostilità e alla successiva pace di Palazzolo. Sconfitti sul campo e pesantemente penalizzati dalle clausole di cessioni territoriali nelle trattative, i Bergamaschi mutata anche la situazione politica generale in tutto il nord Italia e cambiate le alleanze con l'impero germanico, pensarono, loro volta, di rivolgersi direttamente al Barbarossa, mantenendo contemporaneamente in armi il proprio esercito, malgrado il trattato di pace, che avevano dovuto sottoscrivere dopo la sconfitta, lo vietasse esplicitamente. Questa volta l'imperatore, per sua opportunità politica, accettò di sostenere i diritti di Bergamo che vennero imposti e resi effettivi ed operativi (sulla carta) nel 1158 alla seconda Dieta di Roncaglia. I bresciani intanto, ben informati delle trattative tra gli ambasciatori di Bergamo e l'imperatore, certi che lo stesso Barbarossa avesse già maturato l'idea di modificare la sua precedente sentenza, si erano rivolti all'altra somma autorità (anche temporale) di allora: papa Adriano IV che, per contrapposizione alla crescente invadenza politica del monarca tedesco sul suolo italiano, divenne uno strenuo sostenitore dei diritti dei bresciani. Ben sapendo che in gioco, tra papato e impero, vi erano interessi ben maggiori delle semplici diatribe sulle terre di Volpino e che le dispute e i cavilli legali discussi nei tribunali dell'impero non avrebbero dato alcun esito favorevole alle loro rivendicazioni, i Bresciani pensarono di agire in proprio e fortificarono le difese e le mura del castello di Volpino. Fu una operazione certamente opportuna, ma che risultò completamente inutile, poiché i Bergamaschi, con un ardito colpo di mano conquistarono la rocca nel 1162, alleandosi anche di fatto sul campo di battaglia alle truppe del Barbarossa che era impegnato nella cruenta lotta contro Milano (e altre città lombarde) e che voleva avere le spalle ben sicure e protette. Essendo Brescia (nemica storica di Bergamo) alleata di Milano, il Barbarossa cercò di colpirla direttamente nel suo territorio. Le truppe germaniche e quelle bergamasche piombarono sulla piazza di Iseo, la conquistarono e la saccheggiarono. Il colpo fu duro e pesante per Brescia poiché Iseo era, in quel momento politico, il più importante centro commerciale ed era il principale nodo di transito e scambio tra le zone di influenza bergamasca e bresciana. Le operazioni militari dell'esercito imperiale non si fermarono sul basso Sebino e, consigliato dagli stessi bergamaschi il Barbarossa li favorì ulteriormente nelle loro rivendicazioni territoriali sulla sponda nord del lago d'Iseo. Dalle terre di Volpino l'imperatore risalì la Valle Camonica e pose in stato di assedio e distrusse il famoso castello di Pedena che sorgeva presso Cemmo. La roccaforte apparteneva ed era difesa da un nutrito gruppo di sostenitori guelfi fedeli a Brescia. Di questa potente rocca (e di molti alti castellieri di cui era disseminata tutta la valle) da allora se ne sono perse quasi completamente le tracce. Raso al suolo il castello, trucidati i suoi occupanti, il Barbarossa, con questo sanguinoso gesto di forza, nel cuore della terra bresciana, intese dare un chiaro, forte e inequivocabile esempio del suo potere anche in valle. Federico Barbarossa emise quindi una "imperiale" cioè una ordinanza che aveva effetto immediato in cui imponeva sudditanza totale alle terre comprese tra Lovere e Gorzone a Federico Brusati-Mozzi, nobile di origine bergamasca, da cui deriverebbero poi i vari rami della casata dei Federici di Valle Camonica. I Camuni (tutto sommato già tendenzialmente filo imperiali per l'atavica avversione a Brescia) passarono sotto il diretto controllo imperiale e per questo vassallaggio ottennero, nel 1164, un diploma nel quale il Barbarossa offriva la sua diretta "alta protezione" alla Valle Camonica, creando cosi la "Comunità Camuna". Con questo editto la Valle veniva affrancata da ogni forma di assoggettamento civile ed ecclesiastico dovuto alle curie di Brescia o di Bergamo, venivano concesse alcune libertà, come quella di eleggere i propri consoli, purchè questi rimanessero fedeli, con solenne giuramento, all'imperatore e solo a lui, o a un suo legato che avesse ricevuto la sua diretta investitura. Ma la "protezione" e i "favori" del Barbarossa durarono poco: nella nuova situazione politica che era maturata in seguito alla formazione della Lega Lombarda, la Valle Camonica, visto che le promesse imperiali non si erano concretizzate, si schierò sulle posizioni dei Comuni e contro l'impero. La famosissima vittoria di Legnano nel 1176 portò alle trattative di pace che vennero discusse a Costanza nel 1183: nei vari "capitolati" furono salvaguardate le libertà comunali contro la prepotenza imperiale, con espresso riferimento anche a quelle della Valle Camonica. Chiusa con la pace di Costanza la lotta dei Comuni lombardi contro il Barbarossa, si riaccesero immediatamente le liti, le rivalità, gli scontri e le beghe tra Bergamo e Brescia per il possesso di Sarnico e Caleppio (sulla sponda sud ovest del basso Sebino), nonchè delle solite terre di Volpino, sulla sponda nord. Vi furono ancora alcuni scontri e varie scaramucce, con morti e distruzioni, fino alla battaglia di Rudiano che fu combattuta sabato 7 luglio 1191. Ancora una volta la vittoria fu delle armi Bresciane che, questa volta, ebbero anche l'importante appoggio di molti armati provenienti dalla Valle Camonica. Rudiano era un località nei pressi di Cividate al Piano e per attraversare l'Oglio fu gettato, dalle truppe bergamasche aiutate da quelle cremonesi, un ponte su cui le schiere avrebbero dovuto passare per cogliere di sorpresa i bresciani. Così non fu e le truppe di Brescia avvisate delle manovre dei nemici sconfissero gli avversari che, fuggendo disordinatamente, si ammassarono sul piccolo ponte che cedette: e nelle profonde acque dell'Oglio precipitarono molti uomuni armati con le pesanti corazze, cavalli e carriaggi.
Fu una strage a cui assistette e partecipò direttamente anche Obizio da Niardo che si trovava sul ponte al momento del crollo mentre inseguiva gli sconfitti. Obizio rimase intrappolato tra le travi semi sommerse dall'acqua e per lungo tempo chiamò aiuto senza che nessuno lo sentisse. Alla fine, stremato si assopì e intriso della mistica religione del tempo sognò di scendere all'inferno e di vedere cose orrende. Tratto in salvo da alcuni amici, Obizio frastornato dalla vicenda, tornò a casa e chiese alla moglie, la contessa Triglissenda e ai suoi quattro figli, di liberarlo da ogni vincolo familiare e donata ai poveri gran parte delle sue rilevanti sostanze, lasciata al comune di Breno una ingente somma per la costruzione di un solido ponte sull'Oglio (il famoso ponte Minerva a sud di Breno che tanta importanza, anche politica, ebbe in seguito nelle vicende camune) si ritirò nel monastero di Santa Giulia a Brescia. Ma anche la vittoria di Rudiano non bastò a risolvere, una volta per tutte, l'annosa questione.

L'anno seguente un editto di Enrico VI, che era succeduto al Barbarossa, morto in oriente, definì i confini del territorio bresciano assegnando definitivamente Volpino a Brescia mentre Sarnico e Caleppio furono posti sotto Bergamo. La Valle Camonica venne posta sotto "l'alto patronato" di Brescia, dalla quale mantenne però una certa autonomia amministrativa e indipendenza fiscale.
Questa situazione politica e territoriale favorì il gioco dei feudatari locali che, divisi in guelfi (filo-bresciani) e ghibellini (indipendentisti e legati politicamente e con vassallaggio all'impero), cominciarono a battersi aspramente per il predominio in valle, cercando di guadagnare alla loro causa il favore popolare con alcune concessioni, come attestano gli accordi di Pisogne nel 1195 e di Montecchio nel 1200. Le due fazioni divisero le grandi famiglie dalla valle in due netti schieramenti che in modo sanguinoso si scontrarono direttamente in varie occasioni.
Tra i Guelfi, molto radicati nella media Valle Camonica, erano annoverate le più antiche famiglie nobiliari camune di origine bresciana: i Nobili di Lozio, i Lupi e Camozzi di Borno, i Beccagutti di Esine, gli Antonelli di Cimbergo, i Magnoni a Malonno, i Ronchi e gli Alberzoni di Breno, i Palazzo e i Sala di Cividate, i Griffi a Losine, i Pellegrini e i Bottelli a Grevo mentre i Ghibellini erano rappresentati specialmente dai vari rami in cui si era divisa la prolifica e potente famiglia dei Federici che avevano, in poco tempo, "piazzato" propri appartenenti nei principali paesi e castelli della bassa e alta Valle Camonica: a Montecchio, Erbanno, Gorzone, Artogne, Volpino, Vezza e Mù.
La più attiva in questo scontro politico fu proprio la fazione ghibellina, che guidata da alcuni dei più imporatnti dei Federici, ben presto riuscì ad ottenere una prevalente posizione di potere, contrastando l'azione politica del Vescovo bresciano che invece tendeva a consolidare i numerosi privilegi ecclesiastici in Valle. La situazione generale di particolare instabilità, di rifiuto di assoggettarsi ai delegati curiali, fece si che la stessa Curia di Brescia dovette intervenire direttamente assicurando la sua presenza in valle con la forza non del crocefisso ma delle armi (cosa che molte volte, senza nessun scandalo, si sovrapponeva). A Montecchio, uno dei centri allora più ricchi dell'intera Valle Camonica, tanto che erano presenti ben 6 chiese e molte abitazioni avevano il tetto ricoperto da tegole o coppi o lastre di pietra invece che (come allora era uso ovunque) con paglia. Montecchio era strategicamente importante anche per il ponte che attraversava l'Oglio e per il castello sul Monticolo: qui fu sanguinosamente domata una rivolta di nobili camuni. Dal 1248 il vescovo, non fidandosi a delegare in loco le principali cariche civili e militari (oltre a quelle religiose) nominò direttamente un suo rappresentante a reggere, in qualità e con la nomina di Sindaco, quel comune molto importante poiché, comprendendo Darfo, Corna e Gianico, costituiva la porta d'accesso all'intera Valle Camonica e alla confinante e collegata Val di Scalve. Le imposizioni, le tasse, i balzelli, le prebende e le pretese di Brescia sulla Valle Camonica segnarono però l'inizio di una lunga serie di aperte lamentele che ben presto si trasformarono in forte ostilità e in una serie di cruente ribellioni che portarono ad altri lutti e vendette.
Il culmine della lotta armata fu nel 1288 quando i Ghibellini camuni, guidati da numerosi rappresentanti e famigli delle due casate più importanti della valle: i Federici e i Celèri, fecero strage dei guelfi di Pisogne, inseguendo i superstiti fino al castello degli Oldofredi di Iseo, aperti sostenitori del vescovo di Brescia e degli interessi di quella curia. Brescia rispose immediatamente alla disfatta mettendo al bando gli aggressori. Questi però, al sicuro nelle loro case fortificate, nei loro castelli e appoggiati dalla popolazione locale nonché facilitati, nella difesa delle loro postazioni, dall'asprezza naturale della valle, continuarono indisturbati le loro rappresaglie, dimostrando come il Comune e la Curia bresciani fossero impotenti a domare la rivolta con la sola forza delle proprie armi e delle scomuniche. La lotta durò ancora una volta a lungo con vari scontri armati che nulla risolsero e allora si dovette ricorrere ad un arbitraggio, ma, diffidando, entrambe le parti, sia dei delegati imperiali sia dei nunzi indicati dal papato venne, di comune accordo, accettato come giudice il signore di Milano Matteo I Visconti che, nel 1291, compose salomonicamente la vertenza accogliendo in parte le richieste dei Federici e dei loro alleati nominando un podestà per la Valle Camonica.

Con questo diretto intervento del Visconti, nelle vicende interne della Valle Camonica, si erano poste tutte le premesse per la futura conquista e occupazione della valle da parte del duca di Milano. Prima però si dovette assistere ad una nuova rivolta dei Camuni contro Brescia. In città, dopo un breve periodo di lotte intestine tra le famiglie più in vista e più importanti, il vescovo-principe Berardo Maggi era riuscito a riunire nelle sue mani sia il potere politico che quello religioso. Era divenuto dunque il vero e incontrastato signore di una Brescia pacificata sotto il Vangelo ma specialmente sotto la paura delle sue armi. Il potere vescovile venne subito esteso e reso effettivo anche alle periferiche tumultuose e irrequiete terre del contado e della provincia. Una delle prime azioni politico-militari di questo vescovo-principe fu di rinforzare in Valle Camonica la parte guelfa, a lui nettamente favorevole. Procedette a nuove investiture e alla concessione di privilegi a chi, appoggiandosi a Brescia, per interesse o invidia, non sopportava il peso dei signorotti ghibellini che avevano avuto altri privilegi dall'arbitrato milanese. Forse per questa esclusione, da nuovi vantaggi economici e politici, che immediata e violenta fu la reazione del partito dei Federici, rimasti fuori, per la loro vicinanza alla signoria di Milano, dalle varie nuove nomine e prebende bresciane: nel 1301 ricomparvero in molti paesi della valle degli uomini armati e pronti a combattere contro le truppe del vescovo di Brescia. La repressione ordinata dal Maggi fu rapida, ma, pur violenta, sanguinaria e volutamente radicale non fu sufficiente a distruggere totalmente i ghibellini camuni e sebini ma contribuì a indebolirne momentaneamente il loro potere locale. Per alcuni anni la situazione rimase abbastanza stabile e fossilizzata ma, sotto una apparenza di normalizzazione covava forte e non sopito fermento e una diffusa fronda nei confronti dell'invadenza e della rapacità bresciana. Per complicare ulteriormente una situazione già di per se ingarbugliata i Ghibellini camuni, in difficoltà militare e politica, appena le condizioni lo permisero, chiesero aiuto ad Arrigo VII che nel 1311 era sceso a Milano per esservi incoronato re. Questi, per avversione al papato e ai vescovi-principi, riconfermò alla Valle Camonica le concessioni già fatte dal Barbarossa nel 1164, ne ribadì l'indipendenza da Brescia, ne assunse la "diretta e alta" protezione ed inviò in valle un suo rappresentante. Fu dall'anno successivo (1312), con le varie nomine imperiali ai signori e duchi d'Italia fedeli ad Arrigo, che cominciò ad estendersi anche sul territorio bresciano (e sulle sue valli) il potere di Cangrande della Scala, nominato Vicario Imperiale dallo stesso Arrigo VII.

I ghibellini camuni, sempre pronti ad allearsi con chiunque fosse disposto a contrastare i poteri bresciani, favorirono il disegno politico di espansione territoriale di Cangrande e nel 1319 un podestà di valle, nominato dal signore di Verona, pronunciò una prima sentenza in nome suo. Era il riconoscimento ufficiale che il Vicario imperiale era di fatto il nuovo padrone. Per dimostrare la comunanza (anche con matrimoni e accordi commerciali) tra i Federici e Cangrande lo stemma scaligero fu scolpito accanto a quello dei Federici sul portale del castello di Gorzone. Per un ventennio la situazione rimase abbastanza stabile ma decisamente più debole dovette essere, sulla Valle Camonica, il potere di Mastino della Scala, dato che nel 1337 il Consiglio di Valle, non volendo più essere assoggettato al signore Veronese, mandò ambasciatori a Milano, ad Azzone Visconti, per sollecitarne la protezione.

Nel frattempo era succeduto ad Azzone Bernabò, che si era diviso la vasta signoria viscontea con gli altri nipoti di Azzone Matteo II e Galeazzo II, favorì nuovamente, con un decreto del 1339, l'autonomia della valle (e di altre zone) rispetto a Brescia, e così riuscì, come era nelle sue intenzioni, a controllare e dominare meglio, anche con le sue truppe, le varie fazioni in lotta nell'intera Lombardia orientale che voleva sottomettere e aggregare alle sue terre, sottraendole alla influenza dei signori veronesi. La Valle Camonica divenne così di fatto parte integrante del ducato di Milano tanto che nel 1354, per diritto di successione, venne assegnata proprio a Bernabò Visconti, colui che nel 1340 l'aveva completamente assoggettata, con le armi, alla dominazione viscontea. Non tutto però era pacificato e le varie fazioni locali erano sempre in aperto contrasto violento tra loro, tanto che nel 1361, Bernabò dovette mandare in Valle altre sue truppe per spegnere una rivolta attizzata dai Guelfi camuni che, malgrado il continuo appoggio di Brescia, non erano più riusciti ad affermare e allargare il proprio potere.
Ancora una volta, anche se da armi diverse, la repressione fu durissima e molte furono le vittime giustiziate in questa ennesima "stabilizzazione". Ma fu per poco: con miglior fortuna, ma con scarsi risultati sul piano politico, i rivoltosi ritentarono la sorte ribellandosi prima nel 1373, e poi nel 1378. Molto sangue camuno rese rosse le terre di molte contrade, ma finalmente si giunse ad una tregua fra guelfi e ghibellini. La cessazione delle ostilità fu trattata nel castello di Cimbergo, il 12 marzo 1378, su istanza e dietro le insistenze dello stesso Bernabò. Ma anche questa tregua non durò che due mesi: poi altre lotte, faide, vendette, scorribande che erano regolarmente seguite da altre inutili pacificazioni, travagliarono la valle negli ultimi decenni di quel triste e violento secolo. Viste dunque inutili le varie trattative e i numerosi ordini che Milano imponeva e che nessuno eseguiva, per pacificare le fazioni in lotta venne concordato un incontro solenne: la data fu fissata per il 31 dicembre 1397 sul famoso ponte Minerva a Breno. Al centro del ponte, paludati negli abiti solenni delle grandi occasioni si posero i rappresentanti del duca di Milano e il Podestà di Valle Giacomo Malspina. Sulla sponda destra dell'Oglio, all'imboccatura del ponte, presero posto i guelfi alla cui testa era Baroncino Nobili di Lozio, al suo fianco si posero i rappresentanti delle comunità e dei comuni guelfi della valle: Borno, Lozio, Prestine, Breno, Niardo, Braone, Losine, Cimbergo, Ceto, Grevo, Cevo e Saviore. Sulla sponda sinistra erano invece riuniti i nobili ghibellini (quasi tutti della famiglia Federici) e i rappresentanti delle comunità che appoggiavano questa fazione: Erbanno, Gorzone, Angolo, Esine, Malegno, Cividate, Berzo (per la bassa valle) e Cerveno, Sonico, Incudine, Monno, Edolo, Corteno, Mù, Vezza, Vione e Dallegno (per l'alta valle). Tutti erano profondamente compresi nel loro compito e tutti erano vestiti con abiti sontuosi e degni della solenne circostanza, le armi lunghe e i pugnali erano banditi e solo le guardie del podestà portavano le picche da parata. Dopo le preghiere propiziatorie, le benedizioni, le incoronazioni e le presentazioni di rito iniziò un lungo e prosaico dibattito che comunque si risolse in un "solennissimo accordo" in cui tutti giurarono una "stabile e perfetta concordia e pace", si giurò altresì, dalle due parti, di restituire "ai veri" proprietari le terre e i beni rubati e vennero chiamati a supremi garanti del giuramento il Vangelo e le Sacre Scritture. Un capitolo a parte prevedeva il giuramento e la promessa di "licenziare tutte le bande armate" e di radere al suolo e non più ricostruire i fortilizi atti a nascondere e ospitare armati. Tutti apposero le loro firme, i loro sigilli o le loro sigle e tutti ri-giurarono fedeltà al patto: era stata siglata la "Pace di Breno" detta anche "l'accordo del ponte Minerva".
Nel 1403 morì Gian Galeazzo Visconti e i suoi successori ripresero ad appoggiare apertamente le ambizioni dei ghibellini Federici. Nel 1404 Gian Maria Visconti, nuovo duca di Milano, infeudò Brescia e la Valle Camonica a Giovanni Piccinino Visconti. Questa mossa politica fu messa in atto per contrastare il crescente potere di Pandolfo Malatesta, che era stato infeudato dagli stessi Visconti come signore di Brescia, ma che poi si era reso indipendente e era divenuto un temibile avversario degli stessi duchi di Milano. Approfittando della estrema confusione che regnava nelle terre bresciane, le fazioni camune in lotta per il predominio della valle, si appoggiarono ai Visconti per la parte ghibellina e al Malatesta per la parte guelfa.

Un significativo esempio dell'asprezza di queste lotte si ebbe nella notte di Natale del 1409, quando molti armati guidati da Giovanni Federici di Mù sterminarono tutti i componenti della famiglia dei Nobili di Lozio, compreso il famoso Baroncino, capo della parte guelfa. Della potente, rapace e avventurosa famiglia dei Nobili che, fino ad allora, aveva avuto una grande influenza politica ed economica nella media valle, non rimasero che due ragazzi che, al momento della strage, non erano nel castello avito, ma si trovavano per studi a Bergamo e a Brescia. Da allora i Nobili di Lozio scomparvero dai vertici della vita politica della Valle Camonica. La notizia della strage di Lozio giunse fino a Milano e a Brescia e, approfittando dello sdegno di questo eccidio Pandolfo Malatesta, proseguendo nei suoi piani di conquista della Valle Camonica, fece affluire delle sue truppe in alcune rocche della valle.

Saldamente attestato in alcune terre e castelli a lui fedeli, il Malatesta, spalleggiato direttamente da Venezia, che aveva allargato la sua espansione territoriale e di influenza politica verso ovest raggiungendo le coste del lago di Garda, sembrò in un primo tempo avere la meglio sulle schiere milanesi. La lotta, sempre molto accesa e violenta, rimase incerta fino al 1419 quando, per diretto intervento delle truppe ducali di Milano, allora guidate dal Carmagnola, la Valle Camonica ritornò nell'orbita del potere dei Visconti. Ma il rafforzato potere visconteo in valle fu di breve durata. Venezia, nelle sue campagne di conquista sulla terraferma, entrò in possesso anche delle terre bresciane. Nel 1426 infatti conquistò Brescia e, nel 1427, inviò truppe in valle al comando di Giacomo Barbarigo che acquisì a Venezia la maggior parte del territorio camuno assumendo anche la carica di Capitano di Valle Camonica.
 

        Mauro Fiora

 

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