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"I Romani"
Quando nel Gennaio del 27 a.C. Ottaviano divenne unico
padrone assoluto della Repubblica, col titolo militare di "Imperatore" e ricevette il titolo di "Augustus",
Roma dominava già quasi tutta l'Europa centro occidentale e il
nord Africa dall'Aegyptus (Egitto) alla Syria (Libano-Israele),
dalla Gallia (Francia) alla Hispania (Spagna), dal Medio Oriente
alla Numidia (Tunisia e Algeria) ma non era ancora riuscita a
soggiogare definitivamente molte delle popolazioni che i romani
chiamavano genericamente "Retiche" e che erano stanziate nella
vasta regione detta Retia che comprendeva tutto il sistema alpino,
dalla Francia meridionale alla Slovenia, sia sul versante padano
sia quello Svizzero-austro-tedesco. Questo composito e selvaggio
insieme di anguste, povere, inospitali e quasi inaccessibili
vallate del sistema montuoso più elevato d'Europa, non aveva una
continuità di nazione ma era solo uno spazio geografico in cui
erano presenti decine e decine di "popoli" diversi e in molti casi
ostili gli uni verso gli altri.
Da queste valli, che quasi tutte confluivano e si aprivano
nelle fertili e ampie pianure create dai grandi fiumi in Padania e
in Baviera, quasi immutate nella loro conformazione geologica e
sociale fin dalle prime sporadiche apparizioni dell'uomo,
scendevano varie agguerrite e semi selvagge bande di
popoli-predoni non ancora colonizzati per compiere delle razzie
nelle ricche e popolose cittadine romane che erano sorte lungo le
grandi strade di comunicazione che collegavano Roma alle estreme
province dell'impero. Questo stato di perdurante instabilità e di
insicurezza interna non poteva essere ulteriormente accettato
dall'amministrazione romana che subiva danni sia economici sia di
"immagine pubblica". L'imperatore stesso, dopo la pacificazione
interna e dopo le sanguinose lotte civili per la supremazia al
vertice della Repubblica, rafforzati i confini più esterni del suo
immenso dominio, diede il via a varie operazioni militari e
politiche di conquista delle valli alpine (sia sul versante sud
sia su quello verso la pianura germanica). Su queste terre povere,
inospitali e selvagge, di scarso valore economico ma in alcuni
casi di grande interesse logistico e militare, Roma non era ancora
riuscita ad estendere e rafforzare il proprio dominio, la propria
legge e la sua pax. Allo scopo principale di "pacificare" le vaste
aree ancora non romanizzate, nel secondo decennio avanti Cristo
con una precisa e pianificata strategia globale vennero
organizzate alcune imponenti campagne militari. Con grande
spiegamento di forze furono predisposte delle guerre di conquista
e di sottomissione territoriale. Le legioni avanzarono verso tutte
quelle valli e altopiani che non erano ancora sotto il dominio di
Roma e con le loro quadrate formazioni di combattimento dilagarono
travolgendo con tutta la loro imponente forza bellica le disunite
e non organizzate forze dei vari popoli alpini. Non si era più
visto uno spiegamento tale di truppe romane dalla fine della
cruenta guerra civile tra Ottaviano e Antonio e la successiva
generale riorganizzazione dello stato e delle stesse legioni. Si
trattava di un contingente imponente, suddiviso in tre corpi
d'armata. Questi, con un movimento a tenaglia da sud (pianura
padana) da ovest (Gallia) e da nord (Baviera ed Helvetia),
portarono alla totale occupazione militare delle numerose vallate
che in soli due anni vennero conquistate, soggiogate e
romanizzate. Le varie popolazioni, com'era uso in quei tempi,
furono completamente sterminate o rese in schiavitù e deportate in
massa per essere vendute sui vari mercati dell'Impero. Insieme
alla conquista delle valli Trompia, Sabbia e Tellina la
sottomissione del popolo dei Camuni, nella più vasta delle valli
alpine, avvenne nel 16 a.C. per opera del proconsole Publio Silio,
comandante di grande esperienza militare, noto e rispettato per la
sua audacia e il suo coraggio. La conquista della Valle Camonica
fu dunque uno dei più importanti episodi nell'ambito delle
principali azioni militari volute (e forse coordinate)
direttamente da Augusto e dai suoi consiglieri contro le numerose
e bellicose popolazioni alpine. I romani chiamarono questa
campagna la "Guerra Retica" poiché tutte le Genti delle Alpi, pur
suddivise in molti popoli e tribù anche molto diversi tra loro (di
antico ceppo Ligure, Etrusco, Celtico o Gallico), erano chiamate
genericamente senza distinzione particolare con il nome di Reti.
Come già scritto, lo scopo fondamentale della campagna fu
raggiunto in due anni di guerra e di scontri anche violentissimi,
ma alla fine venne resa effettiva la totale soggiogazione di tutte
le tribù e di vari popoli delle Alpi centrali. A quel punto anche
gli ultimi "confini interni" dell'Impero erano eliminati e tutte
le valli, ogni passo, tutti i ponti erano conquistati e
consolidati con una miriade di postazioni militari romane nelle
posizioni strategiche e resi sicuri. Ogni più remoto angolo
dell'arco alpino venne posto sotto una stretta sorveglianza
strategica, militare e commerciale: tutto questo rendeva le
importanti vie di comunicazione, passanti per le Alpi, arterie
tranquille e controllate in cui i traffici potevano svolgersi nel
modo migliore, più produttivo e remunerativo. Per portare a
termine queste complesse operazioni militari vennero nominati
comandanti generali di tutte le milizie romane Druso e suo
fratello Tiberio figliastri ma anche nipoti di Augusto che, dopo
questa impresa, dopo il trionfo celebrato a Roma, vennero nominati
suoi successori alle massime cariche della Repubblica (che era
ancora "formalmente" esistente - e lo restò per tutto l'impero di
Augusto e i suoi successori). Tutte le azioni belliche si svolsero
in diverse campagne distinte. Partirono dalla Gallia Transalpina
(Francia del sud), dalle valli del Reno e del Rodano attraverso l'Helvetia
(Svizzera) per sfociare in Baviera e portare alla riunione delle
legioni che erano salite dalla pianura Padana.
L'impresa si poté definire conclusa nell'estate del 15 a.C. con
la conquista della Rezia (arco alpino sul versante padano), del
Tirolo, della Svizzera orientale e della Baviera che vennero
incorporate direttamente nell'Impero Romano. In questo piano di
conquista dell'Europa centrale (attuale Svizzera e bassa Germania)
l'occupazione della Valle Camonica, vista la sua conformazione
geografica che puntava direttamente da sud a nord e verso il
centro Europa, fu ritenuta strategicamente essenziale e necessaria
non solo per ricondurre all'ordine quelle bande di Camuni che
"scendevano incessantemente giù dai monti per mettere a sacco e
fuoco le ubertose campagne vicine", ma soprattutto perché la
vallata dell'Oglio doveva diventare una delle più preziose,
dirette e importanti vie di comunicazione fra la pianura padana e
la Rezia che i Romani volevano definitivamente conquistare e
sottomettere. Come già accennato, nel corso della stessa
spedizione, oltre ai Camuni, vennero soggiogati anche i Triumplini
che erano stanziati nella Valle Trompia e i Vennoneti,
strettamente legati da antichissimi contatti (e forse derivanti
dallo stesso ceppo) ai Camuni e che abitavano la Val Tellina. Le
tre valli lombarde più importanti e ricche entrarono così
nell'orbita d'influenza romana, dopo secoli di fiera indipendenza
e voluto isolamento. I nomi di questi popoli, per dimostrare la
grande importanza che i romani diedero a questa conquista, vennero
incisi (proprio in ordine di importanza) ai primi tre posti
nell'elenco delle trentaquattro "gentes alpinae devictae"
menzionate nel trofeo di Augusto a La Turbie nella Gallia
meridionale. La Valle Camonica, dal lago Sebino fino al
monte Tonale, era dunque completamente soggiogata e posta sotto le
aquile imperiali. Va comunque ricordato che già in numerose
occasioni, prima del 16 a.C., i Camuni si erano scontrati più
volte con le legioni dei Romani: sempre avevano brillantemente
resistito alle temporanee e parziali invasioni di parti del loro
territorio, alle razzie, agli sconfinamenti nella bassa valle da
parte degli eserciti di Roma che erano stati impegnati, ma solo
occasionalmente e sporadicamente, nelle selvagge vallate del nord
alpino, prima delle imponenti e organizzate spedizioni volute da
Augusto. La storia ufficiale di questi attriti (che il alcuni casi
si erano trasformate in antichissime leggende) ricorda alcuni
importanti scontri avvenuti dopo alcune improvvise, sporadiche e
sanguinose razzie compiute da alcuni dei popoli alpini ed
effettuate nelle fertili e ricche pianure. Fu particolarmente
pesante la rappresaglia messa in opera dai Romani in due occasioni
che, quasi certamente, interessarono anche la Valle Camonica: nel
118 a.C. durante la spedizione di Quinto Marcio contro gli Steni
delle valli Giudicarie, e nel 95 a.C. quando il console Lucio
Crasso "fece perlustrare le valli alpine in tutta la loro
estensione e massacrarne gli abitanti, né tuttavia gli venne fatto
di ucciderne abbastanza per celebrare un trionfo minore e
congiungere l'alloro del vincitore alla gloria dell'oratoria".
Insomma il console Crasso non riuscì a compiere una pulizia etnica
totale eliminando sistematicamente tutti i valligiani delle Alpi e
per questo (con suo enorme dispiacere) non poté sfilare davanti al
popolo romano sulla biga del trionfo.
Queste azioni però, che servivano solo a
rendere più ostili e ad irritare le popolazioni senza
sottometterle, non modificarono sostanzialmente la situazione
generale. Dopo ogni scorreria i Romani ritornavano nei loro
acquartieramenti della pianura o battevano in ritirata e nelle
vallate alpine tutto rimaneva e ritornava come prima. Altre
notizie dirette di spedizioni o scontri di una certa rilevanza in
proposito non ci sono, ma sembra che, dal 95 al 16 a.C. Romani e
Camuni abbiano avuto più di una occasione di scontrarsi e
scannarsi nuovamente. Nel 16 e nel 15 a. C., nei due anni in cui
durò la campagna di conquista, oltre alla grande superiorità
militare, giocò a favore dei Romani, nella completa e definitiva
sottomissione (non solo militare) della Valle Camonica, un altro
fatto estremamente importante: i Camuni, pur essendo magari ancora
pronti a sfidare sul campo le superiori armi dei Romani,
guardavano, certamente con molta e forse malcelata attrazione, già
da tempo alla civiltà di Roma. Questo avveniva quasi naturalmente
per quella forte tendenza che da sempre pungola una qualsiasi
civiltà, statica e ingessata da secoli nei suoi ordinamenti e
costumi basilari, a cercare un proprio (e forse personale)
rinnovamento nel confronto con una civiltà nuova che porta
inevitabilmente ad una rapida evoluzione e assimilazione.
Le antichissime tradizioni e usanze camune,
maturate e modificate nei secoli, gelosamente conservate e
caparbiamente difese (come sempre capita nella storia di tutti i
popoli) da una forte e discriminante classe dominante (composta
prevalentemente da sacerdoti e guerrieri), avevano già cominciato,
negli ultimi secoli a. C, a perdere molto del loro vigore e della
loro antichissima fisionomia. Questo era avvenuto, molto
lentamente ma costantemente, in seguito ai numerosi confronti e
scontri socio-economici-politici con alcune civiltà presenti
nell'area sud e centro europea. Queste popolazioni (che a loro
volta vivevano in un mondo più "aperto" e avevano contatti diretti
con altri popoli) erano certamente più progredite negli usi e nei
costumi, nel commercio e nelle istituzioni societarie e vitali.
Seguendo un ordine cronologico furono i Liguri i primi abitanti
"residenti" in Valle Camonica. Furono poi invasi dagli Etruschi
che a loro volta vennero sconfitti e assoggettati dai Celti (o
Galli). Tutte queste "Genti", talvolta diversissime tra loro,
avevano lasciato inciso profondamente nel tessuto connettivo delle
numerose valli alpine molti dei loro usi e costumi, tradizioni,
divinità, credenze e leggi, istituzioni sociali e sistema politico
stratificato a caste. Poi, sotto l'inarrestabile urto della
violenta, dinamica e ben organizzata civiltà romana, anche i
Camuni e gli altri popoli montani "si lasciarono conquistare"
quasi completamente prima che con le armi con i contatti
commerciali e sociali.
Fu certamente anche per questi motivi che
l'integrazione della provincia camuna nell'Impero Romano fu
abbastanza, anzi molto rapida e completa, non solo per l'aspetto
politico e territoriale, ma anche e specialmente per il pur
complesso sistema sociale, economico e religioso-spirituale. Le
vecchie istituzioni camune, che avevano resistito in modo quasi
completamente impermeabile per secoli e millenni ai pur presenti,
pressanti e vivi contatti esterni, sempre comunque sporadici e
saltuari, si dimostrarono ormai sorpassate e inadatte alle
esigenze del tempo nuovo. Ogni aspetto dell'antica struttura
societaria camuna, retaggio delle tradizioni Liguri-Etrusche e
Celtiche fu ben presto sostituita dalla burocratica ed efficiente
amministrazione romana e la Valle Camonica assunse un nuovo
aspetto economico, sociale, amministrativo, militare, religioso,
secondo il ben noto e collaudato modello repubblicano imperiale.
Malgrado numerosi studi al proposito ancora
non si è compreso completamente il motivo per cui, a differenza di
altre (più sfortunate e per questo scomparse) "gentes alpinae
devictae", che furono completamente sterminate o che subirono
deportazioni in massa per essere vendute come schiavi all'asta coi
loro territori, ai Camuni venne riservato, dai nuovi padroni, un
trattamento particolare e di estremo favore. Alcuni storici a più
riprese hanno avanzato la verosimile ipotesi che i Romani, forse
temendo forti reazioni da parte dei bellicosi Camuni, ancora non
completamente soggiogati dopo che molti guerrieri si erano
rifugiati nelle numerose vallette laterali all'ampia Valle
Camonica e non volendo ulteriori fastidi alle proprie spalle nel
delicato momento di consolidamento della conquista dell'importante
e strategico territorio della Rezia, trattarono le genti della
vallata quasi come alleati e non come vinti anche dopo la vittoria
con le armi nella cruenta battaglia che si presume venne
combattuta tra la foce dell'Oglio nel lago d'Iseo e i primi
contrafforti della "costa montagnosa" di sinistra della bassa
valle dove il sentiero allora esistente che collegava con la Val
Trompia discendeva verso i primi piccoli centri abitati dai Camuni.
Un'altra plausibile ragione di questo trattamento è possibile
ricercarla nella riconosciuta lungimiranza politica dei governanti
di Roma e forse anche nel loro forte rispetto e ammirazione per
l'importanza che indubbiamente la civiltà camuna, con la sua
immensa spiritualità naturale, aveva raggiunto fra le popolazioni
alpine nei secoli a.C. Infine un'altra ipotesi (forse la più
accreditata) suppone che lo speciale trattamento riservato al
popolo dei Camuni potrebbe essere stato attuato oltre che per il
rispetto per la fierezza e il coraggio dei guerrieri della Valle
in battaglia anche per la buona volontà e la prontezza dimostrata
dai Camuni nell'arruolarsi nelle file dell'esercito romano e
nell'inserirsi nel nuovo ordinamento, assimilando con facilità la
civiltà e le regole sociali e di vita di Roma. E Roma non si
dovette mai pentire di aver trattato in simile modo i Camuni
poiché la rapidità nell'accettare modi, costumi, leggi e sostanza
della nuova civiltà (come testimoniano numerosi e significativi
reperti archeologici in tutta la valle) fu forse la nota più
caratteristica dei Camuni soggiogati che rimasero assolutamente
fedeli a Roma per tutti e cinque i secoli della dominazione
imperiale in Valle. I Camuni in un primo tempo e durante le fasi
della conquista territoriale dell'intera vallata furono aggregati
alla "Colonia Civica Augusta" di Brescia ma ottennero ben presto
la "Res Publica" autonoma e la cittadinanza romana con tutti i
diritti che essa comportava.
Nella rassegna delle numerose epigrafi romane
nella terra dei Camuni, si rileva chiaramente che essi godettero
pienamente di tutti i diritti: "poiché avevano culto e sacerdozio,
contraevano matrimonio, possedevano e disponevano per testamento,
facevano parte dell'esercito fino a raggiungervi i più alti gradi,
conseguivano cariche pubbliche di carattere municipale".
Dalle stesse lapidi si ricava che i Camuni
avevano il proprio ordine municipale - Ordo Camunnorum - e i
relativi "decurioni, duoviri jure dicundo, edili, questori (honores
municipales). I duumviri, in quanto amministravano la giustizia si
chiamavano anche Praetores e, benchè nessuna epigrafe accenni a
pretori Camuni, sembra assodato che ve ne furono perché a Cividate
erano stati eretti importanti edifici giudiziari, tra cui il
pretorio". Civitas Camunnorum, l'antica Vannia dei Camuni,
l'odierna Cividate Camuno, venne scelta come capoluogo della nuova
Res Publica di "Vallis Camunorum" oltre che per motivi "politici"
anche per la sua collocazione geografica punto obbligato di
passaggio tra la bassa e media Valle e alla confluenza di alcuni
importanti sentieri e mulattiere dei Camuni che i romani si
affrettarono a trasformare in ampie strade più moderne e
transitabili per scopi civili e militari. Gli altri centri più
importanti del Sebino, della Val di Scalve e della Valle Camonica
che gravitavano amministrativamente su Cividate erano allora: Sale
Marasino, Pisogne, Rogno, Borno, Vilminore, Cemmo ed Edolo.
Essendo Cividate sede dell'organizzazione
amministrativa, giudiziaria e militare, divenne automaticamente il
centro anche della nuova vita "sociale" che i Camuni impararono a
conoscere: la vita di una piccola capitale di una provincia
dell'immenso Impero Romano. Si trattava di una vita certamente più
intensa e dinamica di quella fino ad allora vissuta nella quiete
dei selvaggi boschi o dei piccoli villaggi o castellieri della
Valle Camonica, ma specialmente un "modus vivendi" più aperto agli
scambi di idee, all'assimilazione di nuove formule e alle
iniziative commerciali e culturali. Era in pratica, in scala
logicamente ridotta, ma molto similare, la copia conforme e
originale della vita nella lontana "Urbis", quella che i cittadini
romani conducevano nella grande capitale e che era da esempio, da
guida e da modello in ogni angolo del vasto impero. Trapiantatisi
in valle, dopo la vittoria militare, i romani portarono le loro
usanze, le loro leggi e specialmente il loro affermato stile di
vita. Come spesso capitava, alla fine delle loro campagne di
conquista, i militari e i veterani dell'esercito si stabilivano
sul territorio. Ricevevano, come compenso di atti di eroismo in
guerra e del lungo servizio militare, vaste proprietà e benefici o
licenze e si trasformavano in possidenti terrieri, artigiani o
coloni, commercianti, imprenditori e funzionari. Spesso erano
membri delle più distinte e nobili famiglie di Roma e del Lazio
(come testimoniano alcune lapidi) e, come logico, divennero
esempio per i Camuni che assimilarono con rapidità le idee e il
modo di vivere di questa nuova classe dominante.
Fin dai primi anni dopo la conquista romana in
Valle Camonica vennero a stabilirsi definitivamente alcuni nuclei
romani di nobile casato che per ragioni di lavoro ma anche per
"villeggiatura", trasferendo in zona la loro residenza,
costruirono belle e signorili dimore: i Sassia e gli Endrubona a
Borno, i Capitoni a Malegno, i Decia a Losine, i Fontana, i
Magrini e i Valenti a Cividate, i Crispina a Esine, gli Apistria a
Breno. Queste nobili famiglie, che divennero "l'èlite" della
nobiltà valligiana, importarono anche il culto degli dei romani e
in molte località sorsero templi e luoghi di culto dedicati oltre
che all'imperatore anche agli innumerevoli abitanti dell'Olimpo.
Testimonianze dell'edificazione di questi edifici religiosi (che
poi i cristiani si affretteranno a trasformare in chiese o
abbatteranno per edificare a loro volta i loro luoghi di culto)
erano molto diffuse e con certezza si sa della presenza di
imponenti edifici a Breno per gli adoratori del dio Sole, a Esine
invece si adorava prevalentemente Ercole, a Cividate il dio
preferito era Giunone, mentre a Edolo venivano particolarmente
richiesti i benefici che potevano concedere Marte e Saturno. A
Prestine doveva sorgere un tempio per il Dio Silvano e a Berzo
Inferiore un luogo di culto intitolato alle Divine Fonti. Anche la
dea Luna era tra gli dei più seguiti poiché a Bienno sono state
ritrovate dirette testimonianze del suo culto. La dea preferita in
Valle Camonica dovette però essere Minerva poiché molte furono le
lapidi, le piccole cappelle ma anche i templi importanti (Breno e
Cividate) che inneggiavano al suo illustre nome.
Come spesso è capitato in ogni epoca, nelle
società in continuo fermento ed evoluzione, per un forte senso di
emulazione ma anche come normale e naturale assimilazione sociale,
mirando a raggiungere il livello di vita tenuto dai romani, i
Camuni (i più capaci, attivi e ricettivi) cercarono subito di
inserirsi nel nuovo ordinamento sociale. La massima aspirazione di
questa "élite" di Camuni, fu dunque quella di "romanizzarsi" il
più possibile e questo poteva avvenire all'interno del mondo
latino in vari modi: prestando servizio militare tra gli ausiliari
e i "miles", assumendo responsabilità amministrative che la
burocrazia romana tendeva a decentrare o tentando quelle attività
imprenditoriali e commerciali che consentivano la scalata sociale
attraverso la ricchezza. Tra queste primeggiavano l'edilizia, che
ebbe un notevole sviluppo nei centri, anche piccoli, toccati dalla
via Valeriana. Le industrie della lana e del ferro, che già erano
presenti a livello artigianale prima della conquista romana,
ebbero un forte impulso e prosperarono dovendo soddisfare le
imponenti forniture militari agli eserciti di Roma sempre più
bisognosi oltre che di armi e di uomini anche di vestiario e di
tessuti pesanti e leggeri. In breve tempo, anche in Valle Camonica,
si instaurarono intensi scambi commerciali con i numerosi mercanti
che, potendo viaggiare in relativa sicurezza, lungo le
"romanizzate" valli alpine, facevano incetta di beni di consumo,
prodotti in loco, per approvvigionare le grandi città. Gli scambi
in natura vennero sostituiti dall'uso corrente di denaro e questo
fattore permise di creare una nuova classe locale di imprenditori
più aperti a nuove tecnologie, a scambi culturali e a nuove forme
di commercio. Non ci volle molto per il passo successivo di
assimilazione totale poiché, una volta raggiunto un certo livello
economico e sociale, i notabili locali iniziarono a latinizzare il
loro nome e senza paure o rimorsi cancellarono dalla propria vita
i vecchi Dèi Camuni per onorare pubblicamente i nuovi, numerosi
Dèi dell'olimpo romano, primo fra tutti lo stesso imperatore
Augusto.
La Valle Camonica era divenuta, con la
conquista romana, terra di transito e di congiunzione tra la
pianura padana e le nuove provincie della Rezia, i nuovi
amministratori si preoccuparono subito di tracciare una viabilità
moderna e agevole che, dalle scoscese rive del lago d'Iseo (che
allora si estendeva, con la sponda nord, forse fino a Montecchio o
addirittura fino a Cividate stessa) risaliva, sempre a mezza costa
(per l'impraticabilità del fondo valle ricoperto di malsane
paludi) fino a Sonico, dove si divideva in due tronconi: uno verso
il passo dell'Aprica e la Val Tellina e l'altro verso il passo del
Tonale e il Trentino. Era l'importantissima "via Valeriana" che
portò ai paesi che attraversava quella "romanizzazione" che
rendeva possibili maggiori contatti con il resto dell'impero.
Erano comunque due le grandi strade romane che
giungevano nella bassa Valle Camonica e che si congiungevano a
Rogno, a Borno e a Cividate: una saliva da Brescia e una giungeva
da Bergamo. Il loro tracciato, in gran parte, ripercorreva i
solchi di antichi sentieri o strette mulattiere già calpestati per
millenni dai Camuni. Quella che partiva da Bergamo a sua volta era
divisa in due tronconi principali: quella più a nord che dalla
città capoluogo saliva ad Albino e a Clusone e proseguiva salendo
al passo della Presolana per la Valle di Scalve per poi
ricongiungersi nei pressi di Borno con la strada del fondo valle
camuno e con il secondo tronco proveniente da Rogno. L'altra, più
a sud (ricalcata poi nelle sue linee principali dalla attuale
statale 42) passava da Seriate, Casazza, il Lago d'Endine, saliva
a Sovere per poi scendere verso Lovere e Rogno e qui proseguire,
da un lato, sulla sponda sinistra (per chi sale) della valle e
giungere verso Angolo Terme e, seguendo un antichissimo e
preistorico sentiero che passava dalla splendida località montana
di Prave scendere, per il passo di Croce di Salven, verso Borno (e
questo dimostra la grande importanza che Borno aveva già in quei
tempi come punto di passaggio), per poi ridiscendere verso il
fondo valle e Breno. Il secondo troncone partendo sempre da Rogno
(anche questo antichissimo borgo, per questo incrociarsi e
dipanarsi di strade, divenne uno dei centri più importanti
dell'intera Valle Camonica) passava da Capo di Lago, Gorzone,
Erbanno e saliva nuovamente verso Borno passando per l'antica
strada denominata ora delle Vigne (con un percorso leggermente
diverso da quello attuale). La seconda strada romana
tracciata durante e subito dopo la conquista, per "salire in Valle
Camonica", partiva dall'altro importante capoluogo: Brescia.
Passando da Iseo risaliva la sponda est del Sebino fino a Sulzano
per poi inerpicarsi a mezza costa (non costeggiando il lago) per
passare da Colpiano (antica frazione di Sale Marasino) e risalire
ancora verso Zone dove ridiscendeva rapidamente verso la Valle
Camonica passando per Grignaghe. In località Palotto (all'inizio
della attuale val Palòt) si ricongiungeva con l'altra importante
via romana che passando da Pezzase si univa alla strada principale
che scendeva poi in Val Trompia. Anche questa via fu certamente
ricavata seguendo il tracciato di un precedente sentiero già
percorso in epoca preistorica dai Camuni e dai Triumplini. Questo
tronco della via Valeriana proseguiva verso il fondo valle senza
però mai toccarlo (a causa delle solite paludi prosciugate solo
otto secoli dopo !) e passava per Artogne (nata nei primi anni di
dominazione romana come stazione di posta o di cambio cavalli),
Gianico, Montecchio e proseguendo per Esine raggiungeva Cividate
dove, nella capitale romana della Valle, si incrociava con la via
che scendeva dal Crocedomini. Lungo queste importanti arterie di
comunicazione nacquero molti piccoli centri e si sviluppò un
intenso traffico e la civiltà romana si impose rapidamente.
Ma, come logico, la romanizzazione non si
realizzò in modo uniforme, continuo e in modo rapido in tutto il
lungo solco dell'Oglio. Gli altri paesi, quelli nascosti nelle
numerose e piccole valli laterali confluenti nella Valle Camonica,
pure appartenenti ufficialmente alla "Res Publica Camunnorum",
vennero in pratica abbandonati al loro tradizionale isolamento,
alle loro secolari ed immutate abitudini e a uno stile di vita
semi-barbaro che, nelle sue primordiali espressioni, si protrasse
ancora per più di mille anni. Questo stato di cose (usi,
religione, alimentazione, vestiario, pastorizia, agricoltura e
struttura socio familiare) rimase stabile e immutato per questo
lunghissimo periodo in evidente e anche stridente contrasto con il
genere di vita sempre più improntato al modello romano che si
andava affermando nel capoluogo e negli altri paesi toccati dalla
via Valeriana e dai flussi commerciali che su essa transitavano.
Come già scritto era consuetudine, ma anche necessità politica e
sociale dei conquistatori Romani, trasformare radicalmente la
città o il borgo che veniva eletto a capoluogo di ogni colonia,
facendone un'immagine o una copia di Roma, anche se, logicamente,
in scala ridotta. Questo accadde, naturalmente in misura
proporzionale alla sua relativa importanza, anche per Vannia che
già nel 15 a.C. venne ribattezzata "Civitas Comunnorum" cioè la
"città dei Camuni".
Il ritrovamento di numerose epigrafi ma
specialmente di importanti reperti di epoca romana scoperti in
alcuni scavi (ancora in atto) sono sufficienti indizi per
comprendere abbastanza bene come doveva essere l'antica Civitas
Camunnorum: strade ampie, diritte e lastricate, acquedotti che
portavano acqua in abbondanza dalle sorgenti alle numerose fontane
pubbliche o vasche private, grandi edifici pubblici come il
pretorio, il tempio, le terme, l'anfiteatro, il teatro e numerose
ville private adornate da pavimenti in mosaico, colonne, fontane,
stucchi, bassorilievi e statue a dimostrazione della ricchezza e
nobiltà dei proprietari. Significativi a questo proposito sono
stati i ritrovamenti di una statua muliebre acefala e numerosi
frammenti di altre statue, fra cui due piedi in bronzo di
pregevolissima fattura a esempio eloquente di quanto l'arte
greco-romana fosse apprezzata e divulgata in ogni angolo
dell'immenso Impero. Sempre nell'area prospiciente l'antica
capitale romana sono stati ritrovati vari corredi funebri, tronchi
di colonne, capitelli, fregi, monete, utensili vari ed altri
oggetti. Alcuni di questi reperti sono stati raccolti in un
piccolo museo locale mentre molti altri sono stati inopinatamente
e stupidamente dispersi in varie collezioni pubbliche e private di
Brescia, Bergamo, Mantova e Milano.
Nell'ultimo decennio del xx secolo sono
iniziati degli importanti scavi che hanno portato alla luce
diversi reperti, muraglioni, mosaici, edifici privati e pubblici a
dimostrazione della reale importanza che Cividate aveva assunto in
epoca romana. Un accenno particolare va fatto anche
all'antichissimo paese di Borno (e non certo solo perché ha dato i
natali a questo autore) che pur essendo abbastanza discosto dal
fondovalle e dai tronchi principali della via Valeriana era al
centro di importanti strade e antichi sentieri che congiungevano
la Valle Camonica con la Val di Scalve. Borno, proprio per questa
sua strategica posizione, per i significativi ritrovamenti già
avvenuti, per la rilevante posizione nella "graduatoria" tra i
centri più importanti in epoca pre e post-romana, posto a cavallo
del vasto e panoramico altopiano che fa da cornice
all'antichissimo borgo, dovrebbe contenere ancora immensi tesori
archeologici risalenti a questo ancora poco studiato periodo
storico. Sono stati infatti ritrovati, oltre che reperti di arte
rupestre camuna, vari e significativi documenti di una forte
presenza di romanità, fra cui un'ara con recinto sepolcrale. Borno,
come già scritto, era certamente, ancora prima della conquista
romana, un importante centro di passaggio e forse di incontro
mercantile con la vicina Val di Scalve in cui le importanti
miniere di ferro erano già conosciute e sfruttate in tempi
pre-romani e preistorici. Doveva dunque essere un rilevante centro
economico e di scambi tra i Camuni e gli Scalvini. L'antica
tradizione della lavorazione dei metalli, che si era stabilita
nella piccola e isolata Valle di Scalve, ricca di miniere e
giacimenti, era già sviluppata intorno al V secolo a.C., cioè al
tempo dei primi insediamenti urbani stabili in zona che gli
Etruschi (dopo i semi-barbari Liguri) avevano inserito con la loro
presenza. Furono proprio gli Etruschi, popolo estremamente evoluto
nel campo commerciale, a portare nelle valli alpine anche
l'alfabeto di cui si hanno alcune testimonianze in brevi
iscrizioni in "nord-etrusco". Poi, dalla pianura Padana, dove
avevano fondato anche la città di Brescia, giunsero (sembra in tre
invasioni successive) i Galli o Celti che divennero i nuovi
"padroni della valle" e si integrarono con i residenti
sopravvissuti e stabilirono la loro società basata su tre distinte
classi sociali: i guerrieri a cui spettava l'uso delle armi, i
sacerdoti che dovevano seguire le numerose pratiche religiose e i
complessi riti e i lavoratori che avevano il pesante compito di
nutrire la tribù con la caccia, l'allevamento e l'agricoltura.
Questo sistema sociale resse per più di quattro secoli fino alla
"Guerra Retica" che Roma portò sulle Alpi. Subito dopo la
conquista romana e la imposizione delle leggi Augustee (con un
ampio rispetto per gli usi e le consuetudini locali) vennero poste
in atto delle suddivisioni territoriali che permettevano, alla
burocrazia centrale e a quella periferica, un capillare controllo
civile, militare e sociale sulle nuove terre.
Il territorio amministrato romanamente da
Cividate doveva essere ben più vasto della sola Valle Camonica e
dell'Alto Sebino: a dimostrazione di questa affermazione si può
far riferimento al fatto che i tra le 93 epigrafi romane fino ad
ora ritrovate e che hanno collegamenti e riferimenti alla
geo-politica camuna in atto a tempo di Augusto, alcune sono state
localizzate a Lovere (2), a Sale Marasino (1) e a Stazzona in
Valtellina (1). Le altre epigrafi dimostrano invece la consistenza
della presenza romana e la "scala" di importanza dei vari paesi
Camuni in quell'epoca: 60 erano presenti nella capitale Cividate
Camuno ma ben 9 a Borno, 3 a Ossimo e Losine, 2 a Malegno, Breno,
Bienno, Esine, 1 a Berzo Inferiore, Plemo, Cemmo e Pescarzo.
Mauro Fiora
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