| |
|
Descrizione
Il castello dei Nobili di Lozio, attualmente di proprietà
comunale, sorge a circa 1200 m di quota, sopra la frazione di Villa,
al di sotto di un aggettante riparo roccioso che, per la sua originale
conformazione e in seguito ad interventi di modellatura naturale
ed artificiale, si è ben prestato ad accogliere una fortificazione.
Prima del recente intervento di recupero si presentava come un rudere
abbandonato che metteva in evidenza un unico grande ambiente, due
stipiti d'ingresso, alcuni mozziconi di muratura, risultando quasi
completamente interrato dai crolli delle masse rocciose sovrastanti
e delle murature interne. Celato poi alla vista da una folta vegetazione
interna ed esterna, è rimasto nascosto per molto tempo al
punto che persino molti storiografi del passato hanno scambiato
la torre più a monte per il castello.
In seguito agli scavi archeologici degli anni 1998-1999 da parte
della Società Archeologica Padana, sotto la direzione scientifica
della Soprintendenza Archeologica della Lombardia, dopo aver reciso
la vegetazione, smontato le strutture non pertinenti al corpo di
fabbrica del castello, svuotato gli ambienti dal terreno di frana,
rimossi i crolli delle coperture e scavato i locali fino al piano
di calpestio, è emersa la struttura nel suo insieme che ha
permesso di ridefinire la pianta castellana.
Il maniero presenta una planimetria di circa 300 mq calpestabili
con 2 corti e 8 locali, uno dei quali segnalato come torre probabilmente
a due piani.

Individuazione e dimensione dei
vani
Vano A stanza delle guardie (m 22,23)
Vano B corte d'ingresso (m 23,95)
Vano C ambiente di servizio (m 17,93)
Vano G corridoio (m 15,15)
Vano M ambiente di servizio (m 30,01)
Vano S ambiente di servizio (m 12,58)
Vano T cortile artigianale (m 80,40)
Vano N ambiente scale (m 21,91)
Vano P torre (piano terra dispensa, piano superiore residenza, (m
19,17)
Vano R ingresso orientale (m 24,66)
Secondo l'archeologo Roberto Caimi, responsabile di scavo, si
sarebbero individuati con precisione 6 locali: 1) la corte d'ingresso
(contrassegnata con la lettera B), 2) il cortile artigianale (T),
3) la stanza delle guardie (A), 4) il corridoio (G), 5) l'ambiente
scale di accesso alla torre sovrastante il castello (N) e la dispensa
(P), mentre si sono definiti genericamente come ambienti di servizio
tre locali (C, M e S) e non si sono definiti con precisione la stalla
o il cortile degli animali e i locali residenziali (cucina, sala,
camere). E ciò in base ai ritrovamenti avvenuti durante lo
scavo. Infatti nel vano A si sono trovati una base di focolare (al
centro), una lama ferrosa, dei chiodi ed altre ferraglie illeggibili,
nel vano T si sono rinvenuti un palmento di macina e tracce di una
vasca per la calce, nel vano N dei gradini e dei ferri, nel vano
P dei resti di pavimentazione lignea e frammenti carbonizzati di
cereali. Altri particolari ritrovati sono stati un concio di chiave
d'arco con stemma cancellato all'ingresso principale, una grande
pietra nello stipite sinistro, una pietra con rosa celtica inserita
nel muro esterno del locale C, una fusaiola, un vetro, un ditale,
una chiave e un vago di collana nel locale S, una fusaiola, della
ceramica, una moneta, un seghetto, un mestolo, del bronzo e del
ferro nel vano R, resto di merlatura a coda di rondine nel cortile
B, mentre al di sopra del castello nella torre d'avvistamento si
è trovata (già nell'estate del 1992) una stele con
incisione cuoriforme e all'inizio della strada d'accesso al castello
si sono trovati un principio di cunicolo e una tomba con scheletro.
Tuttavia analizzando la dimensione dei vani si può ipotizzare
anche un'altra destinazione d'uso: il vano A poteva essere la cucina,
il vano M la sala, il vano S una camera, mentre il corpo di guardia
poteva essere collocato o nel vano C o al piano superiore della
torre (vano P) con duplice funzione di controllo della dispensa
sottostante e di avvistamento, data la veduta più elevata.
A detta dell'équipe archeologica mantovana inoltre il castello
non sarebbe stato edificato tutto in una volta ma si sarebbero evidenziati
tre momenti edificatori. La parte iniziale, quella più a
est, doveva essere alquanto semplice e non doveva discostarsi molto
dal modello castello-recinto già ben documentato nelle vallate
alpine: una solida torre con alcuni ambienti di servizio a ridosso
e una cortina muraria (vedi fase I della planimetria). In un secondo
momento si sarebbe ampliato lo spazio abitativo a nord (fase II),
mentre nell'ultima fase costruttiva il castello sarebbe stato allungato
verso ovest costruendo ben tre ambienti coperti da volte a botte
e innalzando un importante ingresso principale sormontato da un
arco (vedi fase III). L'ipotesi delle tre fasi edificatorie sarebbe
avallata dall'analisi delle murature che nella prima struttura (vano
P e perimetrale) presenta pietre lavorate su tutte le facce, regolarmente
sbozzate e ben inserite, con corsi quasi sempre allineati, nella
seconda fase (vani S, N.) le pietre non sono sbozzate, i filari
sono disomogenei e i molti vuoti sono colmati con abbondante malta
di calce, mentre nella terza fase le pietre sono nuovamente ben
squadrate, i filari organizzati ed omogenei, con l'introduzione
di un nuovo elemento costruttivo, la volta a botte. In base a queste
fasi costruttive si presume che esistesse un primo ingresso a est
nel locale R, mentre per quanto concerne gli abitatori s'ipotizza
che il castello fosse diviso in due corpi principali, quello occidentale
destinato alla servitù e alle guardie e quello orientale
destinato alla residenza dei signori. La parte orientale del castello
fu oggetto anche di un incendio, che nel vano S causò il
crollo della copertura e in seguito il suo abbandono. La relazione
degli archeologi non accenna alle coperture, che probabilmente erano
parziali, né al sistema di approvvigionamento idrico, né
alla presenza di latrine. Legata alle coperture rimane aperta la
questione dell'esistenza di un camminamento di ronda a cielo aperto
sulla lunga ed alta muraglia posta a sud, che evidenzia alcune feritoie,
all'interno ad altezza d'uomo. Per quanto riguarda i materiali impiegati
nella costruzione furono utilizzati ciottoli fluviali e morenici
(pietra locale), malta di calce, travature di legno, ferro per le
chiusure. Nella mappa dei materiali usati e ritrovati si leggono:
calce, carboni, elementi lapidei, laterizi, limo sabbioso, malta,
metalli, ossa, roccia, roccia scottata.
Per l'accesso al castello in luogo dei due distinti sentieri che
si ricongiungono nella Costa del Castello, si è realizzata
una strada trattorabile, accessibile con fuoristrada, della larghezza
di circa 2 m che, partendo sulla destra del nuovo parcheggio realizzato
dietro e sopra la vecchia contrada dei Nobili, percorre un tratto
del vecchio sentiero che proviene dalla località Pradéi,
sale zigzagando fino alla località Scalvinù, superando
con un ponticello in ferro il salto del canale artificiale e raggiungendo
rettilineamente la Piana del Castello.
Per ultimare il lavoro di recupero iniziato negli anni 1998-99,
sebbene si siano approntate delle parziali ricostruzioni ripristinando
tratti del muraglione sud, crollati, ragguagliando alcuni muri interni,
necessiterebbero ancora piccoli ritocchi alle sommità dei
muri, l'installazione dei cancelli d'ingresso, il ripristino di
alcune coperture, l'installazione di servizi igienici per i visitatori
e qualche cartello didattico.
Storia
La storia del castello dei Nobili di Lozio per molti secoli coinvolse
l'intera comunità, la storia di una famiglia si è
fatta storia di un paese e di più vallate e di un governo
regionale, dal ducato di Milano alla Repubblica di Venezia.
Secondo la maggior parte degli storiografi che si sono occupati
di questa fortificazione, il castello di Villa sarebbe stato edificato
tra il 1200 e il 1300, ma sulla scorta dell'ipotesi avanzata dagli
archeologi dell'Arecon di Vigonza, circa le tre fasi edificatorie,
il primo nucleo potrebbe essere stato costruito anche tra il 1100
e il 1200.
I proprietari o committenti del fortilizio sono stati quasi sicuramente
alcuni membri (se non i capostipiti medesimi) della potente famiglia
Nobili, (discendente dai Nobili del feudo di Omegna della Verbania
e insediatisi in Val di Scalve), che nel XIV sec. si pose alla guida
di tutti i feudatari guelfi della Valcamonica.
Rimane tuttora aperta la questione dell'abitabilità di questo
singolare maniero. I signori di Lozio dimoravano quassù tutto
l'anno o soltanto nella stagione estiva o addirittura solo nei periodi
di pericolo incombente? Il dilemma non è di facile soluzione.
Se guardiamo alle dimensioni attuali del castello con i suoi dieci
vani, di cui alcuni potevano essere a due piani, con la presenza
di spazi artigianali, di dispensa, di sicuro utilizzo di mulino
e telaio, si potrebbe pensare ad una residenza stabile. Se guardiamo
invece alla proprietà di numerose case in Villa, all'esistenza
di un'autentica contrada Nobili, sottostante al castello, con una
presunta galleria di collegamento, allora si dovrebbe optare per
una residenzialità stagionale o saltuaria. Il fatto certo
è che non si tratta di un fortilizio per il presidio di armati,
in quanto più a nord, 90 metri al di sopra del castello,
a quota 1290 s.l.m., collegata con una gradinata esterna che parte
dal vano N del castello, esiste una grande torre di guardia, a due
piani, a pianta ovoidale, che poteva contenere numerosi soldati.
Da questa si domina e si controlla l'intera valletta di Lozio, le
quattro frazioni, gran parte del torrente Lanico, la località
Monti di Cerveno, il passo di Mignone che collega con l'altipiano
di Borno, si vedono le cime del Pizzo Camino, del monte Sossino,
del monte Ezendola e della Concarena. A nord della torre di avvistamento
parte un sentiero che raggiunge la cima delle Valli Piane, la cima
Crap, il passo Valzelazzo, il passo ai Canali di Vai Piane e il
passo del Lifretto che immette nella Valle di Scalve e permette
di raggiungere Schilpario.
A detta dello storico G. Rosa la famiglia Nobili di Lozio compare
nei documenti già nell'anno 1313, ma è con Baroncino
II Nobili (1340-1410) e con Bartolomeo Nobili (investito nel 1465)
che la famiglia raggiunse il massimo della potenza e della notorietà.
Con il primo personaggio il castello fu al centro dell'attenzione
in quanto sembra che nella torre sia avvenuto l'eccidio della sua
famiglia, ad opera dei Federici di Erbanno. Baroncino II Nobili,
sicuro della fedele sudditanza degli uomini di Lozio, forte dell'alleanza
con gli Scalvini che gli fornivano il ferro per forgiare le armi
nel suo forno fusorio di località Resone, capo politico-militare
delle famiglie guelfe dei Griffi di Losine e di Niardo, degli Antonioli
di Grevo e Cimbergo, dei Pellegrini di Cemmo, dei Ronchi e dei Ghiroldi
di Breno, dei Gandellini e dei Lupi di Borno e di molte altre, superbo
per la posizione imprendibile della sua rocca, ferrato nell'arte
della guerra, contendeva gran parte della media Valcamonica alla
potente famiglia ghibellina dei Federici. Tra il 1373 e il 1403
aveva compiuto efferatezze in molte valli bergamasche, contribuito
all'ammazzamento di Ambrogio Visconti, figlio di Bernabò,
sotto il castello di Cisano, raso al suolo la torre del Dezzo, razziato
bestiame sui monti di Bienno, ucciso il conte di Lovere, spodestato
assieme a Giovanni Ronzoni il vescovo Guglielmo Pusterla di Brescia
amico della duchessa Caterina Visconti. Approfittando della contesa
tra Gian Maria Visconti e Pandolfo Malatesta per il predominio sui
feudi di Bergamo, di Brescia e della Valcamonica, nel dicembre del
1410 Giovan Federici di Erbanno e suo fratello Gerardo Federici
di Mù organizzarono una spedizione militare per uccidere
Baroncino. Il commando degli assalitori probabilmente salì
dalla strada delle viti, raggiunse le attuali località Annunciata
e Rocca e quindi il centro di Borno, sede di podesteria ghibellina.
Da qui raggiunse i Piani di Lova e penetrò nella Val di Lozio
dal passo di Mignone ed attese che facesse buio. La famiglia Nobili
probabilmente si trovava nella sua dimora castellana in quanto,
pur essendo inverno, il momento era incerto visto lo scontro in
atto tra i Visconti e il Malatesta. Quest'ultimo, alleatosi con
i veneziani aveva ottenuto grandi risultati conquistando la città
di Brescia, acquistando la città di Bergamo, sottomettendo
molte terre della bassa bresciana e nel settembre del 1410 anche
Lovere, Costa, Angolo, Masino, Anfurro, Monti e Trenzano. Tuttavia
si sapeva che l'avanzata del capitano Nicolò da Tolentino
al servizio del Malatesta non poteva durare molto giacché
gli si contrapponeva il più forte capitano di ventura Francesco
Bussolati detto il Carmagnola, assoldato dai Visconti. Il commando
federiciano probabilmente si divise in due drappelli, il primo salì
verso la torre e il secondo raggiunse il castello. Mentre scoppiarono
i primi tafferugli con le guardie castellane, una volta suonato
l'allarme i Nobili probabilmente salirono dalla scalinata esterna
con l'intento di raggiungere la torre e poi di fuggire per il sentiero
dei monti. Ma giunti alla torre vi trovarono il primo drappello
degli assalitori. Quassù vennero uccisi Baroncino e la sua
consorte, il figlio Pietro e probabilmente i fratelli Tonino e Bonuxio.
L'ipotesi di questi ammazzamenti poggia sull'analisi dell'albero
genealogico e quello del luogo dei delitti sul ritrovamento nel
sottosuolo della torre di una stele con un'incisione cuoriforme
a significare che al capo guelfo fu tolto il cuore, barbara usanza
in voga nel medioevo.
I Federici però non distrussero né la torre né
il castello, si limitarono a cancellare dalla chiave dell'arco d'ingresso
lo stemma dei Nobili. Infatti le perizie archeologiche hanno accertato
che le due fortificazioni non sono state distrutte ma sono crollate
col tempo, inoltre con l'avvento di Venezia il castello ritornò
ad essere abitato dal nipote Bartolomeo Nobili. Infatti il 18 aprile
1428 la Repubblica di Venezia restituì il castello e la torre
di Villa a Bartolomeo e Pietro Nobili e riunì il comune di
Lozio alla Valcamonica, sottraendolo alla giurisdizione di Scalve.
Bartolomeo Nobili, nuovo capostipite della dinastia post-eccidio
prese il posto del temuto Baroncino, ne aumentò il prestigio
familiare e superò lo zio nelle gesta e nella fama. Si distinse
a partire dal luglio del 1438 allorquando il nuovo capitano di ventura
visconteo Niccolò Piccinino (il Carmagnola era passato al
servizio di Venezia) diede inizio alla terza guerra tra Milano e
Venezia. Con due distinte armate, una proveniente da Pisogne e l'altra
da Corteno muoveva alla conquista della Valcamonica ponendo assedio
al castello di Breno. In questa vicenda i Nobili di Lozio con i
loro armati intrapresero azioni di guerriglia attaccando alle spalle
le truppe e gli accampamenti viscontei. Nel 1450 saliva al potere
del ducato di Milano Francesco Sforza e nel 1453 iniziava una nuova
guerra tra Milano e Venezia. Il neo-duca molto interessato all'acquisizione
della Valcamonica inviò ben tre eserciti capitanati rispettivamente
dai condottieri Morello Scolari, Sagromoro Visconti e Bartolomeo
Colleoni. L'imperativo era quello di espugnare i castelli di Breno
e di Lozio. A settembre, il primo esercito guidato da Morello Scolari,
dalle bocche di Lovere salì per la media Valle ma fu inizialmente
bloccato nelle vicinanze di Malegno dalle schiere di Bartolomeo
Nobili e da quelle di Pietro Brunoro, capitano di valle della repubblica
di Venezia. A novembre al quartier generale dello Scolari, situato
nella piana di Cividate si unirono gli altri due eserciti sforzeschi
e fu deciso un assalto più massiccio al castello di Breno.
La resistenza della fortezza veneziana fu eroica ed eccezionale
per almeno tre mesi. I Nobili di Lozio, per vie traverse rifornivano
gli assediati di uomini, armi e provviste alimentari. Ma ai primi
di dicembre i 1500 cavalieri del Colleoni ebbero la meglio sui resistenti.
Caduta la fortezza brenese si doveva espugnare il castello di Lozio
in cui s'erano asserragliati Bartolomeo Nobili con i suoi quattro
figli e l'armigero Giacomo Ronchi di Breno. Le difese del castello
e della torre di guardia furono affidate a Giovannino del Lupo a
cui ubbidivano gli ufficiali Lodovico e Mondino di Lozio. La fortuna
arrise ai Nobili in quanto lo Scolari fu richiamato per un'altra
missione e al Colleoni fu impartito l'ordine di conquistare la sua
città: Bergamo. L'assedio al castello di Lozio fu demandato
esclusivamente al condottiero Sagromoro Visconti. Costui non troppo
valente nelle imprese militari vista la pessima stagione, l'altitudine
del sito, l'asprezza della valletta e l'impraticabilità delle
strade preferì l'azione diplomatica all'assalto e inviò
a più riprese diversi ambasciatori per patteggiare la resa.
Puntualmente da gennaio a marzo del 1454 le ambasciate vennero respinte.
Sulla fine di marzo le milizie di Sagromoro salirono per la Val
di Lozio e accerchiarono il castello dei Nobili. Ma una seconda
volta la fortuna arrise a Bartolomeo Nobili. Il Colleoni era passato
segretamente al servizio dei veneziani e il 9 di aprile venne stipulata
la Pace di Lodi tra Milano e Venezia. Lo stesso Colleoni ritornò
in Valle con 3000 cavalieri, liberò le prigioni del castello
di Breno e tolse l'assedio a quello di Lozio. Per la strenua resistenza
e l'indefessa fedeltà a Venezia Bartolomeo Nobili acquisì
il titolo di Campione di Lozio e della Valcamonica. Quando nell'anno
successivo Venezia ordinò l'abbattimento di tutte le fortificazioni
nemiche, quella di Lozio venne risparmiata unitamente a quella di
Breno e di Cimbergo.
|
|