Lozio  
 

Il Castello di Lozio
 (A CURA DI GIACOMO GOLDANIGA)

 
     
   

Descrizione
Il castello dei Nobili di Lozio, attualmente di proprietà comunale, sorge a circa 1200 m di quota, sopra la frazione di Villa, al di sotto di un aggettante riparo roccioso che, per la sua originale conformazione e in seguito ad interventi di modellatura naturale ed artificiale, si è ben prestato ad accogliere una fortificazione. Prima del recente intervento di recupero si presentava come un rudere abbandonato che metteva in evidenza un unico grande ambiente, due stipiti d'ingresso, alcuni mozziconi di muratura, risultando quasi completamente interrato dai crolli delle masse rocciose sovrastanti e delle murature interne. Celato poi alla vista da una folta vegetazione interna ed esterna, è rimasto nascosto per molto tempo al punto che persino molti storiografi del passato hanno scambiato la torre più a monte per il castello.
In seguito agli scavi archeologici degli anni 1998-1999 da parte della Società Archeologica Padana, sotto la direzione scientifica della Soprintendenza Archeologica della Lombardia, dopo aver reciso la vegetazione, smontato le strutture non pertinenti al corpo di fabbrica del castello, svuotato gli ambienti dal terreno di frana, rimossi i crolli delle coperture e scavato i locali fino al piano di calpestio, è emersa la struttura nel suo insieme che ha permesso di ridefinire la pianta castellana.
Il maniero presenta una planimetria di circa 300 mq calpestabili con 2 corti e 8 locali, uno dei quali segnalato come torre probabilmente a due piani.

Planimetria

Individuazione e dimensione dei vani
Vano A stanza delle guardie (m 22,23)
Vano B corte d'ingresso (m 23,95)
Vano C ambiente di servizio (m 17,93)
Vano G corridoio (m 15,15)
Vano M ambiente di servizio (m 30,01)
Vano S ambiente di servizio (m 12,58)
Vano T cortile artigianale (m 80,40)
Vano N ambiente scale (m 21,91)
Vano P torre (piano terra dispensa, piano superiore residenza, (m 19,17)
Vano R ingresso orientale (m 24,66)

Secondo l'archeologo Roberto Caimi, responsabile di scavo, si sarebbero individuati con precisione 6 locali: 1) la corte d'ingresso (contrassegnata con la lettera B), 2) il cortile artigianale (T), 3) la stanza delle guardie (A), 4) il corridoio (G), 5) l'ambiente scale di accesso alla torre sovrastante il castello (N) e la dispensa (P), mentre si sono definiti genericamente come ambienti di servizio tre locali (C, M e S) e non si sono definiti con precisione la stalla o il cortile degli animali e i locali residenziali (cucina, sala, camere). E ciò in base ai ritrovamenti avvenuti durante lo scavo. Infatti nel vano A si sono trovati una base di focolare (al centro), una lama ferrosa, dei chiodi ed altre ferraglie illeggibili, nel vano T si sono rinvenuti un palmento di macina e tracce di una vasca per la calce, nel vano N dei gradini e dei ferri, nel vano P dei resti di pavimentazione lignea e frammenti carbonizzati di cereali. Altri particolari ritrovati sono stati un concio di chiave d'arco con stemma cancellato all'ingresso principale, una grande pietra nello stipite sinistro, una pietra con rosa celtica inserita nel muro esterno del locale C, una fusaiola, un vetro, un ditale, una chiave e un vago di collana nel locale S, una fusaiola, della ceramica, una moneta, un seghetto, un mestolo, del bronzo e del ferro nel vano R, resto di merlatura a coda di rondine nel cortile B, mentre al di sopra del castello nella torre d'avvistamento si è trovata (già nell'estate del 1992) una stele con incisione cuoriforme e all'inizio della strada d'accesso al castello si sono trovati un principio di cunicolo e una tomba con scheletro. Tuttavia analizzando la dimensione dei vani si può ipotizzare anche un'altra destinazione d'uso: il vano A poteva essere la cucina, il vano M la sala, il vano S una camera, mentre il corpo di guardia poteva essere collocato o nel vano C o al piano superiore della torre (vano P) con duplice funzione di controllo della dispensa sottostante e di avvistamento, data la veduta più elevata.
A detta dell'équipe archeologica mantovana inoltre il castello non sarebbe stato edificato tutto in una volta ma si sarebbero evidenziati tre momenti edificatori. La parte iniziale, quella più a est, doveva essere alquanto semplice e non doveva discostarsi molto dal modello castello-recinto già ben documentato nelle vallate alpine: una solida torre con alcuni ambienti di servizio a ridosso e una cortina muraria (vedi fase I della planimetria). In un secondo momento si sarebbe ampliato lo spazio abitativo a nord (fase II), mentre nell'ultima fase costruttiva il castello sarebbe stato allungato verso ovest costruendo ben tre ambienti coperti da volte a botte e innalzando un importante ingresso principale sormontato da un arco (vedi fase III). L'ipotesi delle tre fasi edificatorie sarebbe avallata dall'analisi delle murature che nella prima struttura (vano P e perimetrale) presenta pietre lavorate su tutte le facce, regolarmente sbozzate e ben inserite, con corsi quasi sempre allineati, nella seconda fase (vani S, N.) le pietre non sono sbozzate, i filari sono disomogenei e i molti vuoti sono colmati con abbondante malta di calce, mentre nella terza fase le pietre sono nuovamente ben squadrate, i filari organizzati ed omogenei, con l'introduzione di un nuovo elemento costruttivo, la volta a botte. In base a queste fasi costruttive si presume che esistesse un primo ingresso a est nel locale R, mentre per quanto concerne gli abitatori s'ipotizza che il castello fosse diviso in due corpi principali, quello occidentale destinato alla servitù e alle guardie e quello orientale destinato alla residenza dei signori. La parte orientale del castello fu oggetto anche di un incendio, che nel vano S causò il crollo della copertura e in seguito il suo abbandono. La relazione degli archeologi non accenna alle coperture, che probabilmente erano parziali, né al sistema di approvvigionamento idrico, né alla presenza di latrine. Legata alle coperture rimane aperta la questione dell'esistenza di un camminamento di ronda a cielo aperto sulla lunga ed alta muraglia posta a sud, che evidenzia alcune feritoie, all'interno ad altezza d'uomo. Per quanto riguarda i materiali impiegati nella costruzione furono utilizzati ciottoli fluviali e morenici (pietra locale), malta di calce, travature di legno, ferro per le chiusure. Nella mappa dei materiali usati e ritrovati si leggono: calce, carboni, elementi lapidei, laterizi, limo sabbioso, malta, metalli, ossa, roccia, roccia scottata.
Per l'accesso al castello in luogo dei due distinti sentieri che si ricongiungono nella Costa del Castello, si è realizzata una strada trattorabile, accessibile con fuoristrada, della larghezza di circa 2 m che, partendo sulla destra del nuovo parcheggio realizzato dietro e sopra la vecchia contrada dei Nobili, percorre un tratto del vecchio sentiero che proviene dalla località Pradéi, sale zigzagando fino alla località Scalvinù, superando con un ponticello in ferro il salto del canale artificiale e raggiungendo rettilineamente la Piana del Castello.
Per ultimare il lavoro di recupero iniziato negli anni 1998-99, sebbene si siano approntate delle parziali ricostruzioni ripristinando tratti del muraglione sud, crollati, ragguagliando alcuni muri interni, necessiterebbero ancora piccoli ritocchi alle sommità dei muri, l'installazione dei cancelli d'ingresso, il ripristino di alcune coperture, l'installazione di servizi igienici per i visitatori e qualche cartello didattico.

Storia
La storia del castello dei Nobili di Lozio per molti secoli coinvolse l'intera comunità, la storia di una famiglia si è fatta storia di un paese e di più vallate e di un governo regionale, dal ducato di Milano alla Repubblica di Venezia.
Secondo la maggior parte degli storiografi che si sono occupati di questa fortificazione, il castello di Villa sarebbe stato edificato tra il 1200 e il 1300, ma sulla scorta dell'ipotesi avanzata dagli archeologi dell'Arecon di Vigonza, circa le tre fasi edificatorie, il primo nucleo potrebbe essere stato costruito anche tra il 1100 e il 1200.
I proprietari o committenti del fortilizio sono stati quasi sicuramente alcuni membri (se non i capostipiti medesimi) della potente famiglia Nobili, (discendente dai Nobili del feudo di Omegna della Verbania e insediatisi in Val di Scalve), che nel XIV sec. si pose alla guida di tutti i feudatari guelfi della Valcamonica.
Rimane tuttora aperta la questione dell'abitabilità di questo singolare maniero. I signori di Lozio dimoravano quassù tutto l'anno o soltanto nella stagione estiva o addirittura solo nei periodi di pericolo incombente? Il dilemma non è di facile soluzione. Se guardiamo alle dimensioni attuali del castello con i suoi dieci vani, di cui alcuni potevano essere a due piani, con la presenza di spazi artigianali, di dispensa, di sicuro utilizzo di mulino e telaio, si potrebbe pensare ad una residenza stabile. Se guardiamo invece alla proprietà di numerose case in Villa, all'esistenza di un'autentica contrada Nobili, sottostante al castello, con una presunta galleria di collegamento, allora si dovrebbe optare per una residenzialità stagionale o saltuaria. Il fatto certo è che non si tratta di un fortilizio per il presidio di armati, in quanto più a nord, 90 metri al di sopra del castello, a quota 1290 s.l.m., collegata con una gradinata esterna che parte dal vano N del castello, esiste una grande torre di guardia, a due piani, a pianta ovoidale, che poteva contenere numerosi soldati. Da questa si domina e si controlla l'intera valletta di Lozio, le quattro frazioni, gran parte del torrente Lanico, la località Monti di Cerveno, il passo di Mignone che collega con l'altipiano di Borno, si vedono le cime del Pizzo Camino, del monte Sossino, del monte Ezendola e della Concarena. A nord della torre di avvistamento parte un sentiero che raggiunge la cima delle Valli Piane, la cima Crap, il passo Valzelazzo, il passo ai Canali di Vai Piane e il passo del Lifretto che immette nella Valle di Scalve e permette di raggiungere Schilpario.
A detta dello storico G. Rosa la famiglia Nobili di Lozio compare nei documenti già nell'anno 1313, ma è con Baroncino II Nobili (1340-1410) e con Bartolomeo Nobili (investito nel 1465) che la famiglia raggiunse il massimo della potenza e della notorietà. Con il primo personaggio il castello fu al centro dell'attenzione in quanto sembra che nella torre sia avvenuto l'eccidio della sua famiglia, ad opera dei Federici di Erbanno. Baroncino II Nobili, sicuro della fedele sudditanza degli uomini di Lozio, forte dell'alleanza con gli Scalvini che gli fornivano il ferro per forgiare le armi nel suo forno fusorio di località Resone, capo politico-militare delle famiglie guelfe dei Griffi di Losine e di Niardo, degli Antonioli di Grevo e Cimbergo, dei Pellegrini di Cemmo, dei Ronchi e dei Ghiroldi di Breno, dei Gandellini e dei Lupi di Borno e di molte altre, superbo per la posizione imprendibile della sua rocca, ferrato nell'arte della guerra, contendeva gran parte della media Valcamonica alla potente famiglia ghibellina dei Federici. Tra il 1373 e il 1403 aveva compiuto efferatezze in molte valli bergamasche, contribuito all'ammazzamento di Ambrogio Visconti, figlio di Bernabò, sotto il castello di Cisano, raso al suolo la torre del Dezzo, razziato bestiame sui monti di Bienno, ucciso il conte di Lovere, spodestato assieme a Giovanni Ronzoni il vescovo Guglielmo Pusterla di Brescia amico della duchessa Caterina Visconti. Approfittando della contesa tra Gian Maria Visconti e Pandolfo Malatesta per il predominio sui feudi di Bergamo, di Brescia e della Valcamonica, nel dicembre del 1410 Giovan Federici di Erbanno e suo fratello Gerardo Federici di Mù organizzarono una spedizione militare per uccidere Baroncino. Il commando degli assalitori probabilmente salì dalla strada delle viti, raggiunse le attuali località Annunciata e Rocca e quindi il centro di Borno, sede di podesteria ghibellina. Da qui raggiunse i Piani di Lova e penetrò nella Val di Lozio dal passo di Mignone ed attese che facesse buio. La famiglia Nobili probabilmente si trovava nella sua dimora castellana in quanto, pur essendo inverno, il momento era incerto visto lo scontro in atto tra i Visconti e il Malatesta. Quest'ultimo, alleatosi con i veneziani aveva ottenuto grandi risultati conquistando la città di Brescia, acquistando la città di Bergamo, sottomettendo molte terre della bassa bresciana e nel settembre del 1410 anche Lovere, Costa, Angolo, Masino, Anfurro, Monti e Trenzano. Tuttavia si sapeva che l'avanzata del capitano Nicolò da Tolentino al servizio del Malatesta non poteva durare molto giacché gli si contrapponeva il più forte capitano di ventura Francesco Bussolati detto il Carmagnola, assoldato dai Visconti. Il commando federiciano probabilmente si divise in due drappelli, il primo salì verso la torre e il secondo raggiunse il castello. Mentre scoppiarono i primi tafferugli con le guardie castellane, una volta suonato l'allarme i Nobili probabilmente salirono dalla scalinata esterna con l'intento di raggiungere la torre e poi di fuggire per il sentiero dei monti. Ma giunti alla torre vi trovarono il primo drappello degli assalitori. Quassù vennero uccisi Baroncino e la sua consorte, il figlio Pietro e probabilmente i fratelli Tonino e Bonuxio. L'ipotesi di questi ammazzamenti poggia sull'analisi dell'albero genealogico e quello del luogo dei delitti sul ritrovamento nel sottosuolo della torre di una stele con un'incisione cuoriforme a significare che al capo guelfo fu tolto il cuore, barbara usanza in voga nel medioevo.
I Federici però non distrussero né la torre né il castello, si limitarono a cancellare dalla chiave dell'arco d'ingresso lo stemma dei Nobili. Infatti le perizie archeologiche hanno accertato che le due fortificazioni non sono state distrutte ma sono crollate col tempo, inoltre con l'avvento di Venezia il castello ritornò ad essere abitato dal nipote Bartolomeo Nobili. Infatti il 18 aprile 1428 la Repubblica di Venezia restituì il castello e la torre di Villa a Bartolomeo e Pietro Nobili e riunì il comune di Lozio alla Valcamonica, sottraendolo alla giurisdizione di Scalve. Bartolomeo Nobili, nuovo capostipite della dinastia post-eccidio prese il posto del temuto Baroncino, ne aumentò il prestigio familiare e superò lo zio nelle gesta e nella fama. Si distinse a partire dal luglio del 1438 allorquando il nuovo capitano di ventura visconteo Niccolò Piccinino (il Carmagnola era passato al servizio di Venezia) diede inizio alla terza guerra tra Milano e Venezia. Con due distinte armate, una proveniente da Pisogne e l'altra da Corteno muoveva alla conquista della Valcamonica ponendo assedio al castello di Breno. In questa vicenda i Nobili di Lozio con i loro armati intrapresero azioni di guerriglia attaccando alle spalle le truppe e gli accampamenti viscontei. Nel 1450 saliva al potere del ducato di Milano Francesco Sforza e nel 1453 iniziava una nuova guerra tra Milano e Venezia. Il neo-duca molto interessato all'acquisizione della Valcamonica inviò ben tre eserciti capitanati rispettivamente dai condottieri Morello Scolari, Sagromoro Visconti e Bartolomeo Colleoni. L'imperativo era quello di espugnare i castelli di Breno e di Lozio. A settembre, il primo esercito guidato da Morello Scolari, dalle bocche di Lovere salì per la media Valle ma fu inizialmente bloccato nelle vicinanze di Malegno dalle schiere di Bartolomeo Nobili e da quelle di Pietro Brunoro, capitano di valle della repubblica di Venezia. A novembre al quartier generale dello Scolari, situato nella piana di Cividate si unirono gli altri due eserciti sforzeschi e fu deciso un assalto più massiccio al castello di Breno. La resistenza della fortezza veneziana fu eroica ed eccezionale per almeno tre mesi. I Nobili di Lozio, per vie traverse rifornivano gli assediati di uomini, armi e provviste alimentari. Ma ai primi di dicembre i 1500 cavalieri del Colleoni ebbero la meglio sui resistenti. Caduta la fortezza brenese si doveva espugnare il castello di Lozio in cui s'erano asserragliati Bartolomeo Nobili con i suoi quattro figli e l'armigero Giacomo Ronchi di Breno. Le difese del castello e della torre di guardia furono affidate a Giovannino del Lupo a cui ubbidivano gli ufficiali Lodovico e Mondino di Lozio. La fortuna arrise ai Nobili in quanto lo Scolari fu richiamato per un'altra missione e al Colleoni fu impartito l'ordine di conquistare la sua città: Bergamo. L'assedio al castello di Lozio fu demandato esclusivamente al condottiero Sagromoro Visconti. Costui non troppo valente nelle imprese militari vista la pessima stagione, l'altitudine del sito, l'asprezza della valletta e l'impraticabilità delle strade preferì l'azione diplomatica all'assalto e inviò a più riprese diversi ambasciatori per patteggiare la resa. Puntualmente da gennaio a marzo del 1454 le ambasciate vennero respinte. Sulla fine di marzo le milizie di Sagromoro salirono per la Val di Lozio e accerchiarono il castello dei Nobili. Ma una seconda volta la fortuna arrise a Bartolomeo Nobili. Il Colleoni era passato segretamente al servizio dei veneziani e il 9 di aprile venne stipulata la Pace di Lodi tra Milano e Venezia. Lo stesso Colleoni ritornò in Valle con 3000 cavalieri, liberò le prigioni del castello di Breno e tolse l'assedio a quello di Lozio. Per la strenua resistenza e l'indefessa fedeltà a Venezia Bartolomeo Nobili acquisì il titolo di Campione di Lozio e della Valcamonica. Quando nell'anno successivo Venezia ordinò l'abbattimento di tutte le fortificazioni nemiche, quella di Lozio venne risparmiata unitamente a quella di Breno e di Cimbergo.

 
       
 
 
 
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